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Catania: l'altra maturità, nelle aule del carcere dove la cucina regala un futuro PDF Stampa
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di Giulia Mancini

 

La Repubblica, 20 giugno 2019

 

Professori di frontiera, quelli della Casa circondariale Bicocca di Catania, dove con tanta passione e poco supporto insegnano ai detenuti a tenere le mani in pasta e a cambiare vita. Suona la campanella e iniziano le lezioni, fino all'ultimo giorno di scuola, fino agli esami. Ogni mattina, in aula sui banchi studenti, che sono detenuti, e in cattedra professori, che arrivano dall'istituto alberghiero. Per anni varcano la soglia delle classi, lasciandosi il mondo esterno alle spalle, e osservano gli studenti crescere. "Il mio impegno di professore raggiunge il valore più alto quando fornisco ai miei studenti, non le nozioni, ma conoscenza e strumenti basilari che gli consentano in futuro di trarre soddisfazione da un lavoro onesto", racconta Giuseppe Messina, associato alla Federazione Italiana Cuochi, per anni ha insegnato nelle classi della Bicocca.

L'istituto di pena di alta sicurezza è associato al Karol Wojtyla di Catania, sotto la guida della preside Daniela Di Piazza, che presiede anche agli insegnamenti dell'istituto alberghiero con indirizzo enogastronomia. "Insegnavo in cucina, dove i pericoli erano potenzialmente a portata di mano eppure non mi sono mai sentito a rischio: si instaurava con gli studenti un rapporto di fiducia", nonostante l'indennità di servizio a rischio, riconosciuta per il lavoro, sia risibile. Della stessa opinione il coordinatore delle classi interne all'istituto di detenzione, il professor Mammano, che insegna Lettere: "Non si è mai verificato il benché minimo presupposto perché si verificasse una situazione di pericolo, gli studenti riconoscono il valore del lavoro di comunità e lo rispettano."

L'altra maturità: nelle aule del carcere, dove la cucina regala un futuro

Sono 39 gli studenti iscritti per l'anno scolastico che sta per chiudersi, spalmati sui cinque anni, alcuni impegnati negli esami di maturità. "Dopo il diploma prosegue la detenzione, tentando di sfruttare le competenze acquisite" per chi ha ancora pena da scontare, ma la prospettiva è quella di riabilitare attraverso l'insegnamento e fornire strumenti per prospettive di lavoro onesto. "Da piccolo mi piaceva tanto cucinare e oggi ritrovandomi rinchiuso in questa prigione voglio impegnarmi fino in fondo per sfruttare presto tutto quello che abbiamo imparato", racconta uno studente in un compito.

"È bellissimo cucinare con il sorriso sulla bocca e dopo il diploma aspetto la libertà, anche facendo tanti sacrifici per poter aprire un ristorante". Aspettare il futuro e sognare non è precluso, anzi è motivante. "La mia prospettiva in futuro è aprirmi un locale e lavorare insieme ai miei figli", scrive un altro studente. Non sono ragazzi in queste classi, sono adulti con un passato ingombrante e una famiglia al di là delle alte mura.

Fuori dai cancelli ci sono vite che aspettano, figli che crescono e mogli che faticano; ci sono pensieri scuri, incertezze e problemi. C'è tutta la differenza tra un ragazzo e un adulto privato della libertà: "Facciamo un lavoro di recupero delle vecchie nozioni, premiando lo sforzo e l'impegno, tenendo conto della scarsa concentrazione". Sono scuole diverse, ma pur sempre formative, accomunate da stille di conoscenza.

"Passo parecchio tempo chiuso in quattro mura, per me il tempo è il miglior artigiano del mondo: riesce a forgiare e modellare tutto, persino l'animo degli uomini. E come posso rifiutare un percorso di questo tipo che mi aiuta a passare le giornate, dove imparo tutto quello che non ho fatto da uomo libero?", si interroga un altro studente, dandosi la risposta nell'impegno che lo vede studiare. "Da professore - sottolinea Mammano - ho sperimentato il rispetto e la fiducia in quello che possiamo dare, e la meraviglia per cose che mai avrebbero potuto immaginare: gratitudine per la scoperta di quanto imparano".

Parole che non bastano a ripagare da un punto di vista finanziario, "ma sono le remunerazioni immateriali improvvise e spontanee a ripagarci", come l'entusiasmo e il piacere della conoscenza. Concorda anche l'ex professor Messina: "Nella mia esperienza posso aver temuto inizialmente, ma poi ho capito che in un clima di rispetto non avrei corso pericoli". Mammano, docente di oggi, racconta che "esco dall'aula e lascio il portafogli sulla cattedra, abbiamo instaurato un rapporto di rispetto reciproco".

Su questo sono concordi gli studenti: "I docenti sono molto di più di quello che rappresentano, sono persone che credono in noi; da parte loro non siamo visti come detenuti, ma come studenti che hanno voglia di recuperare e imparare. Nessuno studente è perduto se c'è un insegnante che crede il lui, io mi sento motivato grazie a loro".

E se il potere della detenzione passa per la rieducazione, se il recupero passa dal fornire strumenti di vita onesta, allora questi professori impegnati fra cattedra e cucina, ai fornelli in giacca bianca, sapranno di aver cucinato "il piatto migliore della vita, come quando ho saputo che un mio vecchio studente aveva cambiato vita e aperto un piccolo ristorante in Spagna", racconta il prof Messina, non senza commozione.

 

 

 

 

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