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Migranti. Porti chiusi alla Sea Watch, isolata in mare da sette giorni PDF Stampa
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di Adriana Pollice

 

Il Manifesto, 20 giugno 2019

 

"Fateci scendere". Cinquanta città tedesche disponibili ad accogliere i 43 naufraghi respinti dall'Italia. Ma Bruxelles tace. L'Onu: non devono tornare in Libia. Salvini: ricevo molti complimenti per la linea dura. In Italia tornano i dublinanti, i migranti arrivati da noi e rimandati indietro dalla Germania e dalla Francia. Ieri all'alba sono approdati 15 algerini sulle coste del Sulcis, in due differenti barchini. Altri 45 sono arrivati sotto costa a Lampedusa, portati poi a terra dalle motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza. Gli unici che non possono sbarcare sono i 43 a bordo della Sea Watch 3 (sei le donne e tre i minori non accompagnati), salvati il 12 giugno al largo della Libia e bloccati a 16 miglia dalle acque territoriali dal decreto Sicurezza bis.

La capitana della nave della Ong tedesca, Carola Rackete, ieri ha raccontato via social: "Da venerdì siamo difronte a Lampedusa. Il ministro dell'Interno italiano ha emanato un nuovo decreto, in contrasto con la Legge del Mare. Le persone sono sempre più preoccupate del loro futuro. Inoltre, il rollio della nave è costante, ogni giorno. Ci sono problemi di disidratazione e problemi igienici. Abbiamo immediatamente necessità di sbarcare queste persone in sicurezza, il prima possibile". Le condizioni psicologiche sono poi peggiorate da quando, sabato, hanno visto sbarcare dieci di loro per motivi sanitari, mentre non si intravede soluzione per chi è ancora bloccato sul ponte della nave.

Più di 50 comuni tedeschi si sono detti disponibili a ospitare i 43 naufraghi ma la trattativa è bloccata a Bruxelles. Il membri del forum Lampedusa solidale da ieri sera hanno cominciato a dormire sul sagrato della parrocchia di San Gerlando "fino a quando i naufraghi non verranno fatti scendere in un porto sicuro, come è giusto che sia". L'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano, ha ricordato al governo: "Ai minori che si trovano in mare aperto bisogna garantire un punto di approdo sicuro. È quanto stabilisce una dichiarazione promossa dalla rete europea dei Garanti per l'infanzia, di cui fa parte anche l'Italia".

Il ministro Danilo Toninelli, insieme alla ministra della Difesa Elisabetta Trenta, ha sottoscritto il divieto di ingresso alla Sea Watch 3, disposto dal Viminale. Ieri ha ribadito: "Per chi viola le regole i porti rimangono chiusi al 100%. La Sea Watch aveva ricevuto da parte della guardia costiera libica il segnale di coordinamento delle operazioni. Purtroppo hanno deciso di voltarsi dall'altra. Di conseguenza non possono approdare". È Salvini il più scatenato: "Ricevo molti complimenti nel mondo per la linea seria sull'immigrazione. A me il rifugiato vero non pone alcun problema, i fuorilegge sì". E ancora: "Un saluto all'equipaggio della Sea Watch, in Italia non si arriva. Se ne fregano delle leggi e anche delle vite perché sono da giorni nel Mediterraneo: sarebbero arrivati in Tunisia o in Olanda (stato di bandiera della nave, ndr), in Italia no".

La propaganda del governo va a sbattere contro le organizzazioni Onu. "Le persone a bordo della Sea Watch non dovevano e non potevano essere rimandate in Libia - ha spiegato ieri Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr -. Non è un porto sicuro, c'è la guerra". Sami ha chiesto lo sbarco immediato dei migranti, tra i quali anche un bambino di soli 12 anni: "Sono fuggiti dalle torture, dagli abusi, necessitano di immediata assistenza e devono poter fare domanda d'asilo", ha concluso. Anche l'Oim ha chiesto che venga "garantito quanto prima un luogo di sbarco sicuro" per i migranti soccorsi dalla nave Sea Watch 3. La Ong si era rivolta al Tar per far sospendere l'applicazione del decreto Sicurezza bis ma il Tar ha dato torno ai volontari. Ieri però l'Ong ha replicato: "Il Tar, affermando che tutte le persone vulnerabili siano state già fatte sbarcare, non considera evidentemente come vulnerabili né i minori né i naufraghi che fuggono dalla guerra libica e dalle torture già subite in quel paese. Il Tar non accenna mai, inoltre, al diritto del mare, che impone l'obbligo di sbarcare i naufraghi nel porto sicuro, più vicino".

 

 

 

 

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