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Turchia. Omicidio Khashoggi, l'Onu: i vertici sauditi sono i responsabili PDF Stampa
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di Giordano Stabile

 

La Stampa, 20 giugno 2019

 

Il rapporto delle Nazioni unite accusa bin Salman per l'assassinio al consolato dell'Arabia in Turchia. Il fantasma di Jamal Khashoggi continua a perseguitare Mohammed bin Salman. L'assassinio dell'editorialista del "Washington Post", lo scorso 2 ottobre, aveva per qualche settimana intralciato l'ascesa del 33enne principe ereditario saudita.

Ma poi ci aveva pensato Donald Trump a tranciare tutto e a ribadire che Riad era l'alleato "indispensabile" per l'America in Medio Oriente. La Casa Bianca si è messa di mezzo a ogni tentativo di punire il principe da parte del Congresso, per esempio con lo stop alla vendita di armi usate nella guerra in Yemen.

E quando lo sgocciolio di rivelazioni raccapriccianti si era inaridito Mbs era tornato in pubblico, come se niente fosse, più saldo al potere di prima, mentre l'indagine interna lo aveva già assolto e messo alla sbarra undici funzionari. Ieri però è arrivato il rapporto delle Nazioni Unite. Ed è una condanna senza appello. Il "brutale" omicidio è definito una "esecuzione extragiudiziale premeditata e deliberata" e i responsabili sono i vertici dello Stato.

Cioè lui. Per la relatrice speciale Agnes Callamard ci sono "prove credibili" e per questo chiede un'indagine internazionale "indipendente e imparziale". Un incubo per "Mbs", perché il giallo tornerebbe al centro dell'attenzione dei media, come lo scorso autunno. Allora i dettagli fatti trapelare dagli inquirenti turchi, poi le intercettazioni filtrate dalla Cia, avevano ricostruito un film dell'orrore.

È il 2 ottobre. Khashoggi, 59 anni, arriva al consolato di Istanbul convinto di ritirare i documenti necessari al divorzio. Dall'ambasciata a Washington gli dicono che può farlo solo lì. Fuori lo aspetta la fidanzata turca, Hatice Cengiz. È una trappola. Dentro c'è un commando di 15 persone guidato da Maher Abdulaziz Mutreb, guardia del corpo del principe. Khashoggi viene "interrogato", picchiato, poi sedato a morte e fatto a pezzi con un seghetto da chirurgo. Il corpo non sarà mai ritrovato.

Per i turchi è stato sciolto nell'acido e gettato nel pozzo della residenza del console. Raid prima nega, sostiene di "non sapere" dove sia la vittima, andata via "da una uscita secondaria". Intercettazioni e immagini delle telecamere costringono poi le autorità saudite a virare. Aprono un'inchiesta, 11 funzionari finiscono a processo, cinque rischiano la pena di morte. La Casa reale fa quadrato attorno al principe.

Dalle indagini viene escluso Saud al-Qahtani, consigliere di Mbs, in continuo contatto con il commando, 19 telefonate, quel giorno. Ora il rapporto delle Nazioni Unite ha stabilito che il processo in Arabia Saudita non rispetta gli standard internazionali e va "sospeso". Per il procuratore saudita Shalaan Shalaan i funzionari sono "andati oltre" e avevano soltanto l'ordine riportare in patria la vittima. Ma per il diritto umanitario, dice l'Onu, "non importa" se è stato un rapimento finito male.

La responsabilità dei vertici dello Stato rimane. Il ministro degli Esteri Adel al-Jubeir ha respinto le accuse, infarcite da asserzioni "poco credibili", mentre il "sistema giudiziario saudita è qualificato e lavora in piena indipendenza". Si prospetta lo stesso canovaccio. Minimizzare, e aspettare che la bufera passi.

Khashoggi è una macchia sull'immagine della "nuova Arabia Saudita", dove le donne guidano, vanno a vedere le partite di calcio, possono uscire la sera e andare in un club, per ora senza alcol, come il White appena aperto a Gedda.

Il Regno è in piena febbre da trasformazione. Sul Mar Rosso apriranno giganteschi resort, sorgerà una nuova città tecnologica, Neom, siti antichissimi, come Al-Ula, la "Petra saudita", accoglieranno dal prossimo autunno turisti da tutto il mondo. Mbs ha stroncato ogni fronda interna, con metodi spicci. Resta una sola incognita, il fantasma di Khashoggi.

 

 

 

 

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