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Governo paralizzato. Conte: niente fretta sulla giustizia PDF Stampa
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di Andrea Fabozzi

 

Il Manifesto, 18 giugno 2019

 

Dopo lo scandalo. Domani vertice, ma per il premier "non si fanno interventi a caldo". Tanta saggezza spiegata dalle divisioni tra alleati. Vecchie e nuove. Salvini incalza e M5S manda la palla in tribuna. Difficili anche gli interventi richiesti da tutti. Piedi di piombo.

"La riforma della giustizia deve essere meditata bene, non possiamo intervenire per reazioni emotive e a caldo". Con poche parole, pronunciate a Parigi mentre partecipa a un salone aeronautico, il presidente del Consiglio certifica che le divisioni nella maggioranza impediscono passi avanti sulla giustizia.

Lo scandalo che ha semi-travolto il Consiglio superiore della magistratura non basta a dare la spinta verso quell'accordo su una materia che Lega e 5 Stelle affrontano con approcci antitetici. Il partito di Salvini si veste di garantismo (ma ditelo a qualsiasi straniero condannato via tweet dal ministro dell'interno subito dopo un fermo di polizia, e talvolta subito prima), i 5 Stelle quando si va sul generale e non sulle vicende che li riguardano recuperano il sostanzialismo di bandiera. Anche l'unica "riforma" destinata ad avere impatto sui tempi della giustizia, nel senso di allungarli, la cancellazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado (inserita nella legge anti corruzione e destinata a scattare a gennaio 2020) secondo la Lega andrebbe congelata, adesso che è chiaro che non ci sarà nessuna revisione del processo penale in vigore entro la fine di quest'anno.

Il vertice sulla giustizia di Conte, Bongiorno (ministra ombra della giustizia in quota Salvini) e Bonafede (guardasigilli titolare) resta confermato per domani a palazzo Chigi. Ma è infilato tra due appuntamenti più urgenti - sulla risposta da dare alla lettera Ue e il Consiglio dei ministri - che fanno capire che non sarà risolutivo. I nuovi argomenti che il "caso Palamara" porta con sé del resto non facilitano anzi complicano il dossier.

Dai fatti di cronaca la Lega trae la conclusione che è il caso di stringere le maglie attorno alle intercettazioni pubblicabili, dimenticando che a giugno dell'anno scorso diede il suo assenso alla decisione del governo di bloccare la riforma approvata nella scorsa legislatura, che una stretta del genere promuoveva. Il ministro grillino Bonafede annuncia un intervento opposto per liberare la stampa da ogni bavaglio, dimenticando che lo aveva annunciato appunto un anno fa.

Opposte le posizioni anche sui tempi delle indagini preliminari: dopo aver ascoltato il giudice Davigo e imposto lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, il ministro della giustizia ha dovuto prendere atto che la gran parte delle prescrizioni arriva in fase di indagini. Via libera dunque a una più rigorosa scansione dei tempi per i pm, ma restando nei tempi minimi e massimi attuali secondo i 5 Stelle (da sei mesi a due anni in casi particolari), accorciando invece la durata delle indagini secondo la Lega. Quest'ultima divisione è precedente allo scandalo Csm, e riguarda direttamente la riforma del processo penale, promessa con legge delega per febbraio scorso e mai arrivata. Del resto gli alleati di governo hanno idee opposte anche sui successivi gradi di giudizio: per i grillini (e per l'Anm) andrebbe ridotta al massimo la possibilità di ricorsi e impugnazioni, per Bongiorno (e l'unione camera penali) non se ne parla.

Solo in teoria sarebbe più semplice trovare un'intesa sulla nuova legge elettorale per il Csm, da tutti invocata. È vero che nelle dichiarazioni degli esponenti della maggioranza non si registrano notevoli distanze, più o meno tutti hanno indicato la soluzione prepolitica del sorteggio (nelle tre formule: assoluto, oppure prima o dopo un turno elettorale). Ma in questo caso argomenti tecnici e di convenienza politica consigliano di prendersela comoda.

Innanzitutto l'introduzione del sorteggio dovrebbe comportare una modifica costituzionale (l'articolo 104 prescrive un'elezione). Una nuova legge elettorale, poi, imporrebbe lo scioglimento del Consiglio in carica (già abbastanza delegittimato): naturale che i consiglieri in carica frenino, tanto più in un quadro di nuova maggioranza (più forte la componente di Davigo e in prospettiva, in caso di dimissioni anche del consigliere Criscuoli, Area). Certamente per muovere un passo si attenderà il turno suppletivo convocato dal presidente della Repubblica per ottobre. E infatti Bonafede si fa ecumenico: "Del metodo di elezione del Csm deve occuparsene il parlamento, non il governo da solo".

Identiche ragioni di opportunità lasciano prevedere che non si farà nemmeno quella piccola riforma per il Csm suggerita direttamente dall'ultimo scandalo e invocata dal nuovo presidente dell'Anm Poniz. Si tratterebbe di tornare alla norma che fino all'anno scorso impediva il passaggio immediato di un magistrato dal Consiglio alle funzioni direttive e semi-direttive, o fuori ruolo (come nel caso del consigliere giuridico della presidente del senato Casellati, che era con lei al Csm nella scorsa consiliatura).

Prima delle novità introdotte dal centrosinistra nel 2017 e nel 2014, infatti, uno come Palamara non avrebbe potuto aspirare al posto di procuratore aggiunto di Roma se non dopo due anni dalla fine del mandato al Csm (dunque a fine 2020). Ma proprio un Csm in scadenza ravvicinata rende improbabile la stretta (che Bonafede vorrebbe portare, altro annuncio, a 5 anni). E il primo effetto delle dimissioni dei consiglieri coinvolti nello scandalo è stato quello di consentire a una toga della corrente di Davigo il salto opposto e altrettanto immediato: il giudice Marra è passato dal fuori ruolo come collaboratore del ministro Bonafede al Csm.

 

 

 

 

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