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L'ergastolo ostativo viola l'art. 3 CEDU: è inumana la pena perpetua senza prospettive di libertà PDF Stampa
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di Maria Brucale*

 

Ristretti Orizzonti, 14 giugno 2019

 

L'art. 3 della CEDU esprime con chiarezza un concetto assoluto, il divieto di tortura: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". La potenza cogente di tale disposizione si manifesta in molteplici ambiti e racchiude in sé numerosi precetti posti a tutela di diritti inalinenabili: alla vita, alla libertà, alla sicurezza, a un equo processo, a un trattamento sanzionatorio equo, al rispetto dei rapporti affettivi e della sfera familiare, tutti connotanti un paradigma superiore e immanente, la dignità dell'uomo.

La sentenza 'Viola v. Italia' affronta il tema, assai dibattuto negli ultimi anni, della sussistenza della violazione dell'art. 3 CEDU in caso di condanna all'ergastolo c.d. ostativo, 'life imprisonment without hope'.

Nella interlocuzione con la CEDU, il governo italiano aveva affermato che il sistema nazionale contempla criteri chiari e obiettivi per la revisione dell'ergastolo poiché il condannato conosce i meccanismi della collaborazione con la giustizia e, dunque, qual è la via, specificata da norme dell'ordinamento penitenziario (artt. 4 bis e 58 ter), per accedere ai benefici premiali. Aveva precisato che l'ergastolo ostativo è de jure et de facto 'riducibile', anche per la previsione della grazia presidenziale e della possibilità di sospendere la pena per gravi motivi di salute. Aveva specificato che lo Stato italiano assolve ai suoi obblighi positivi di offrire, a tutte le persone ristrette, concrete opportunità di reinserimento attraverso il sostegno di interessi culturali, umani e professionali.

Aveva, tuttavia, mancato di spiegare come una persona senza alcuna concreta proiezione di vita futura, possa lavorare al suo reinserimento in società, possa partecipare a un'opera di rieducazione se è fine a sé stessa poiché non si traduce in alcuna concreta ambizione di libertà.

Non una pena dinamica, in movimento, dunque, tesa ad accompagnare l'individuo al suo rientro nel sociale, ma una pena in cui lo Stato tutela chi sta fuori uccidendo (eliminando dalla società) chi sta dentro e vanificando del tutto anche una "rieducazione già avvenuta".

Il ravvedimento, quello autentico di chi ha trascorso anni di carcerazione ripercorrendo il proprio vissuto in modo autenticamente critico, di chi ha riconosciuto il proprio errore e ne ha fatto occasione struggente di rimorso, quello, con l'ergastolo ostativo, non conta nulla.

"In vigilando, redimere", era l'antico motto degli agenti di custodia. Ma a che serve vigilare se non ha senso redimere?

E la dignità dell'uomo, cui aspira l'intero tessuto costituzionale, viene completamente annichilita perché non si può neppure minimamente immaginare un concetto di dignità che sia coerente con lo spegnimento di ogni aspettativa futura, con la preclusione di ogni ideazione o progettualità, nella consapevolezza che la vita di domani è uguale a quella di ieri ed è sottratta al tuo libero arbitrio, governata e scandita dai tuoi custodi.

La soppressione dell'idea stessa del domani e delle proiezioni in divenire delle proprie azioni, priva l'uomo della sua stessa natura.

E proprio di dignità parla la pronuncia della CEDU, chiarendo che "è nel cuore del sistema istituito dalla Convenzione e impedisce la privazione della libertà di una persona con la coercizione senza allo stesso tempo lavorare per reintegrarla e per fornirle una possibilità di recuperare questa libertà un giorno".

La Corte Europea non si pone in termini assoluti contro l'ergastolo; non esprime un giudizio di illegittimità della pena perpetua rispetto ai parametri dei diritti fondamentali, ma censura una sanzione che sia mutilazione definitiva di vita senza aspirazione di reinserimento e di riabilitazione, che neghi il senso della buona condotta in carcere, della pedissequa adesione alle regole del vivere sociale, al cambiamento, che neghi, in ultima analisi, una concreta prospettiva di libertà (prospect of release o possibility of review).

"La natura della violazione riscontrata ai sensi dell'articolo 3 della Convenzione indica che lo Stato dovrebbe introdurre, preferibilmente per iniziativa legislativa, una riforma del regime dell'ergastolo che preveda la possibilità di un riesame di pena che consenta: alle autorità di determinare se, durante l'esecuzione, il detenuto si è evoluto così tanto e ha progredito sul sentiero dell'emendamento che nessuna ragione legittima di ordine penologico giustifichi ancora la sua detenzione, e, alla persona condannata, di godere del diritto di sapere cosa deve fare per essere considerato per il rilascio e quali sono le condizioni. La Corte ritiene, pur ammettendo che lo Stato possa richiedere la dimostrazione di "dissociazione" dall'ambiente della mafia, che questa rottura possa essere espressa diversamente che con la collaborazione con la giustizia e l'automatismo legislativo attualmente in vigore".

La pronuncia fa eco alla Corte Costituzionale che con la sentenza n. 149/2018 aveva chiarito che "incompatibili con il vigente assetto costituzionale sono previsioni che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso l'accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati – i quali pure abbiano partecipato in modo significativo al percorso di rieducazione e rispetto ai quali non sussistano gli indici di perdurante pericolosità sociale individuati dallo stesso legislatore nell'art. 4 bis o.p.- in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell'esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati. Questi ultimi criteri (...) non possono, nella fase di esecuzione della pena, operare in chiave distonica rispetto all'imperativo costituzionale della funzione rieducativa della pena".

Bene, dunque, se la persona detenuta offre una collaborazione utile con la giustizia, ma se non lo fa, la legge deve comunque prevedere - pena la violazione della Convenzione EDU - ulteriori possibilità perché la sua riabilitazione sia rivalutata e consenta, in concreto, una aspirazione di ritorno alla vita libera.

Il 22 ottobre la Corte Costituzionale si troverà a valutare la legittimità dell'art. 4 bis, ordinamento penitenziario, laddove esclude che chi è condannato all'ergastolo "per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis c.p. cod. pen., ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio". Un'occasione preziosa per il Giudice delle leggi per emettere, nel solco tracciato dalla CEDU, una sentenza interpretativa che apra a ogni condannato, per qualunque reato, uno spiraglio di speranza.

*Avvocato

 

 

 

 

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