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Cesare Mirabelli: "La nostra legge è garantista, nessuno passa la vita in cella" PDF Stampa
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intervista di Cristiana Mangani

 

Il Messaggero, 14 giugno 2019

 

In Italia l'ergastolo è la massima pena prevista nell'ordinamento giuridico penale per un delitto. L'ergastolo ostativo, poi, esclude il detenuto da qualsiasi tipo di beneficio, anche dopo 26 anni passati in carcere. Una condizione che la Corte europea dei Diritti dell'uomo ci contesta da tempo. Ma è realmente così afflittivo il nostro sistema giudiziario? Quanti ergastolani concludono la loro vita in carcere?

Il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, ritiene che "la nostra sia una giustizia molto garantista", e che dall'entrata in vigore della Legge Gozzini, i condannati a fine pena mai possono vedersi riconosciuti parecchi benefici di legge.

 

Presidente, perché l'ergastolo ostativo è una pena detentiva difficilmente rivedibile?

"Va premesso che di ergastolani ostativi in Italia ce ne sono pochissimi. Nel caso preso in esame dalla Corte europea il condannato non si è mai pentito, nonostante abbia tenuto una buona condotta in carcere. Ora va valutato se questa buona condotta equivalga anche a un pentimento personale, seppure il detenuto abbia scelto di non fornire indicazioni sui complici o sull'organizzazione mafiosa. Altrimenti potrebbe voler dire che i rapporti non sono cessati e che lui è come un buon soldato pronto a tornare al posto di combattimento".

 

La Corte europea critica l'Italia perché considera la pena troppo afflittiva e non umana. Come ritiene che sia il nostro ordinamento giudiziario?

"Devo dire che un regalo di civiltà dovrebbe portare, in futuro, al superamento dell'ergastolo: trenta anni di detenzione, credo che siano una sofferenza sufficiente. Ma, bisogna riconoscere, che in Italia difficilmente un ergastolano rimane tale a vita. Le nostre leggi sono molto garantiste, soprattutto rispetto ad altri paesi europei o anche ad alcuni Stati americani. In tante occasioni il giudice ha bloccato l'espulsione, perché nel paese di provenienza c'era la pena di morte. E spesso sono i detenuti stessi a preferire le carceri italiane piuttosto che quelle estere".

 

La sentenza non implica la liberazione del detenuto, anche se l'Italia dovrà pagargli 6 mila euro di spese. In che modo si potrà contrastare la decisione?

"Spetterà allo Stato decidere di presentare il ricorso, e certamente lo farà rivolgendosi alla Grande camera, diciassette giudici che vengono chiamati a pronunciarsi su casi eccezionali. Se il Governo non lo facesse, il verdetto diventerà definitivo entro tre mesi".

 

 

 

 

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