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I giovani in corteo dimostrano che il cinismo non ha vinto PDF Stampa
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di Gianni Riotta

 

La Stampa, 13 giugno 2019

 

L'amore per la libertà, il diritto, la giustizia, la libertà di parola, l'uguaglianza della gente semplice davanti al potere assoluto non sono dunque scomparsi in questo XXI secolo di Moloch politici, nichilismo, indifferenza.

Le proteste di queste ore a Hong Kong contro una legge capestro che permetterebbe la deportazione in Cina di ogni cittadino, qualunque passaporto abbia in tasca, e i cortei in Russia a favore del giornalista Ivan Golunov, arrestato dalla polizia per i suoi articoli sulla corruzione del regime del presidente Vladimir Vladimirovic Putin, confermano che il cinismo alla moda non ha vinto per sempre. Nel 2019 studenti, lavoratori, intellettuali, adolescenti, sindacati, giornalisti - colleghi cui va la nostra più affettuosa solidarietà -, dirigenti politici onesti, imprenditori, manager, operai, gente di ogni età, cultura, ceto sociale, come i loro avi nell'Ottocento e Novecento, testimoniano che benessere e quieto vivere poco valgono senza giustizia e libertà.

Che lezione per noi, stanchi, rassegnati, delusi, vedere gli studenti di Hong Kong, con i leader della comunità d'affari dell'ex colonia inglese, affrontare le pallottole di gomma (arma che in passato ha ucciso), i gas della polizia del commissario Lo Wai-Chung, le cariche, le botte. Carrie Lam, capo esecutivo filocinese di Hong Kong, ha pianto in diretta tv "Non venderò Hong Kong", ma non ritira la legge iniqua, sa che il presidente Xi Jinping vuole pugno di ferro contro i barlumi di democrazia, 30 anni dopo le stragi di piazza Tienanmen.

Hong Kong aveva negoziato uno statuto di autonomia, tornando sotto la madrepatria, ma da allora i margini di tolleranza si sono erosi e, con la legge sull'estradizione, la Cina preoccupa perfino - ha raccontato in un reportage Radio Radicale - i sindacati ufficiali della metropoli asiatica. Mentre i teenager di Hong Kong - i dimostranti han meno di trent'anni - vivevano il loro battesimo nella battaglia senza fine per i diritti umani e civili, a Mosca la polizia caricava i dimostranti solidali con il giornalista Ivan Golunov della testata dissidente Meduza (seguitela via twitter @meduza_en).

Golunov, da tempo, racconta il viluppo tra malaffare e politica della Russia di oggi, ed è stato fatto bersaglio di minacce e malversazioni, come tutti i reporter non allineati alla propaganda del Cremlino. Alla fine, la polizia ha deciso di arrestarlo, accusandolo di tenere in casa un laboratorio per fabbricare droghe.

Davvero ci vuole la rozzezza da chekisti, gli sbirri stalinisti della vecchia Lubyanka, quartier generale di spie e provocatori, per immaginare un cronista dissidente, che si sa controllato giorno e notte e teme per la vita come la Politovskaia, Nemtsov e i tanti oppositori caduti, che si mette a fabbricare stupefacenti in cucina! Dopo le prime proteste, Putin, la più astuta volpe d'Europa, ha capito che stavolta s'era ecceduto e ha fatto rilasciare Golunov, pur picchiato e lasciato senza cibo per ore. Il medico Alexander Myasnikov, sodale del presidente e candidato nelle sue liste, ha rifiutato però a Golunov il ricovero in ospedale, malgrado le ferite al petto e al volto "Non ho simpatia per lui" ha tagliato corto.

Ma la vecchia Mosca anticonformista, stavolta, non ha guardato dall'altra parte. Giornalisti russi e stranieri, studenti, oppositori guidati da Alexey Navalny, gente qualunque, hanno sfidato Putin e miliziani e, per la prima volta dal 2018 quando fu cambiata la legge sulle pensioni, il regime s'è visto contestare da Chistye Prudym, Nordest della capitale, fino al comando della polizia in via Petrovka tra arresti e cannonate d'acqua gelida mentre i giornali economici indipendenti stampavano in prima pagina un identico appello.

Preoccupato, Putin ha incaricato il fido consigliere Anton Kobyakov di provare a risolvere il caso, magari cercando un capro espiatorio tra i poliziotti. I coraggiosi dimostranti di Hong Kong e Mosca non avranno la meglio presto sui colossi che sfidano. Ma, in sole 48 ore, con la nobiltà della loro condotta, han smentito la fola corriva, popolarizzata dai saggi forbiti dello studioso Daniel A. Bell che "un sistema centralizzato possa funzionare meglio delle democrazie", togliendo a noi occidentali pigri l'alibi del "non vale la pena, non c'è nulla da fare, viviamo il tempo polarizzato del nazionalismo".

Con le spalle al muro, con niente in pugno se non la fondamentale dignità umana, Hong Kong e Mosca si stanno battendo anche per noi, ricordandoci quello per cui vale la pena di battersi, sempre. Non lasciamole sole.

 

 

 

 

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