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L'Aquila: da 13 giorni in sciopero della fame contro il "41bis ammorbidito" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 12 giugno 2019

 

Da oramai più di 13 giorni sono in sciopero della fame due donne detenute recluse nella sezione AS2 femminile de L'Aquila. Si chiamano Silvia Ruggeri e Anna Beniamino e sono due militanti anarchiche arrestate e condannate a Torino rispettivamente nel 2016 e nel 2019 in seguito alle inchieste "Scripta Manent" e "Scintilla".

La prima ha ricostruito una serie di noti attentati avvenuti in Italia dal 2003 al 2015, tra cui l'invio di pacchi bomba a Romano Prodi (nel 2003, quando era commissario europeo) e agli ex sindaci di Bologna e Torino, Sergio Cofferati (nel 2005) e Sergio Chiamparino (nel 2006). Furono arrestate sette persone tra cui la Beniamino e il suo compagno Alfredo Cospito, attualmente detenuto nel carcere di Ferrara.

L'operazione Scintilla ha portato invece a sei arresti e allo sgombero nel febbraio scorso dell'asilo di Torino occupato dal 1995 da un gruppo di anarchici coinvolti in 21 attentati e atti vandalici in diverse città italiane, diretti anche ai centri di accoglienza per migranti per influenzare il comportamento delle imprese impegnate nel settore sociale.

Il motivo dello sciopero è la richiesta di soppressione del regime carcerario As2 a cui sono sottoposte da oltre due mesi. Le detenute a L'Aquila paragonano la sezione As2 al regime duro, definendo il trattamento a cui sono sottoposte come un "41bis ammorbidito".

Anna Beniamino, collegata in videoconferenza dal carcere al tribunale di Torino per la prima udienza sull'occupazione dell'asilo, ha motivato così lo sciopero della fame: "Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex-41bis): l'intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime 41bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni accumulando rapporti e processi penali.

A questo si aggiunge il maldestro tentativo del Dap di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzato in un ulteriore divieto di incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura. Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che impongono qui. Noi di questo pane non ne mangeremo più: il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame". Il regime di alta sicurezza, ricordiamo, non è disciplinato né dall'ordinamento né dal regolamento penitenziario, ma dalle circolari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e c'è un'ampia discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria nella gestione delle sezioni di alta sicurezza. Tale regime si divide in tre sotto-circuiti.

Del primo (A. S. 1) fanno parte i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata di tipo mafioso, nei cui confronti sia venuto meno il decreto di applicazione del regime di cui all'art. 41bis; quelli per taluno dei delitti gravi di cui al comma 1 dell'art. 4 bis della legge penitenziaria; infine coloro i quali sono stati considerati elementi di spicco e punti di riferimento delle organizzazioni criminali di provenienza.

Al secondo (A. S. 2) appartengono i detenuti che sono tali per delitti commessi con finalità di terrorismo (anche internazionale) o di eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza. Nel terzo (A. S. 3) rientrano i detenuti che hanno rivestito posti di vertice nelle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti.

Coloro che sono sottoposti al regime di alta sicurezza in molti casi non possono partecipare alle attività sociali e culturali che si svolgono nel carcere e vivono, di fatto, isolati dai detenuti ordinari. Per ottenere una declassificazione a regimi ordinari devono dimostrare di non avere più collegamenti con l'organizzazione criminale alla quale appartenevano.

 

 

 

 

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