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La Consulta ascolta le carceri PDF Stampa
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di Giancarlo De Cataldo

 

La Repubblica, 11 giugno 2019

 

I giudici sono bianchi, sobri, eleganti. Donne e uomini di studi profondi, vasta cultura, modi compiti, eloquio forbito. Le carcerate e i carcerati hanno tatuaggi etnici, denti guasti, shatush esagerati, in genere poca cultura, e, dentro, l'alternarsi di rabbia e speranza di chi vive l'innaturale condizione della prigionia. Appartengono a mondi diversi.

I confini non potrebbero essere più chiari. I giudici, i delinquenti, li mandano in carcere. E quando ci vanno è, di regola, per interrogarli. Poi, un giorno, qualcuno rompe questo schema. La Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale va in carcere. Un'idea in apparenza bizzarra. Stiamo parlando dell'organo deputato al controllo delle leggi.

Le spetta l'ultima parola in materia di rispondenza dell'attività legislativa alla Carta fondamentale della Repubblica. La somma giurisdizione. Che rapporto potrebbe mai esserci fra sì alte vette dello Stato e l'umanità dolente che affolla le patrie galere? Un rapporto unico, davvero fuori dall'ordinario.

Lo racconta "Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle carceri", il mirabile film-documentario di Fabio Cavalli trasmesso domenica sera dalla Rai e disponibile su RaiPlay. Una lezione di democrazia sul campo. Guidati dal presidente Lattanzi, i giudici costituzionali hanno girato per i penitenziari italiani, hanno incontrato i detenuti, hanno ascoltato le loro storie. E hanno spiegato la Costituzione.

Nella piramide normativa del nostro ordinamento, la Costituzione è il vertice. I giudici della Consulta ne sono i custodi. Vederli dialogare con i detenuti è come assistere in diretta alla calata degli dei dell'Olimpo nella Gehenna dei dolenti. Una visione che riconcilia con la parte più nobile delle istituzioni, una boccata d'ossigeno nella negatività che costantemente accompagna ogni narrazione sulla giustizia.

La Costituzione è la legge di tutti, spiegano i giudici, e tutela tutti: anche, e verrebbe da dire soprattutto, gli ultimi. E in carcere, nonostante le dicerie sugli alberghi a cinque stelle, di ultimi ce ne sono a bizzeffe. Carcere vuol dire pena. Ma la pena trova, nella Carta, l'unica declinazione possibile in uno Stato democratico: il giusto mezzo fra l'esigenza di reprimere e quella di rieducare.

Misura per misura. La donna e l'uomo che hanno violato la legge sono assoggettati al doveroso castigo. Ma questo è il "prima". Il "dopo" si chiama articolo 27: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato. Significa che la pena deve tener conto tanto della repressione che della risocializzazione. Significa che la pena "giusta" non sarà mai né l'impunità né la tanto decantata (e ingiustificabile) "sentenza esemplare".

Significa, soprattutto, che un minuto dopo aver sanzionato, attraverso la condanna, la legittima esclusione dalla società di chi ha commesso un delitto, lo Stato comincia a lavorare per una nuova inclusione. Un compito immane: ma o lo si affronta, o la democrazia ne esce lesa. Davanti ai carcerati i giudici sono bravissimi a illustrare i principi senza abbandonarsi a un tecnicismo che brucerebbe tutte le chances di contatto.

È impossibile, d'altronde, sottrarsi al lato umano del carcere, al linguaggio dei corpi, all'energia della disperazione. Solo le macchine, quelle macchine alle quali qualcuno vorrebbe affidare l'arduo compito di giudicare, potrebbero riuscirci. Ma per fortuna, a Rebibbia, a Nisida, a Marassi e dappertutto ci sono andati donne e uomini.

E si sono messi in gioco e non hanno eluso la domanda delle domande: perché tante promesse che nella Costituzione affondano radici non sono mantenute? Perché la giustizia è un'alta aspirazione, eppure vive nell'incertezza e nella finitezza dell'umano agire. È una mèta intessuta di lotte, sconfitte, avanzamenti, cadute e trionfi.

Un bene di tutti e di ognuno: mai data una volta per tutte, ma sempre da custodire e difendere da chi la vorrebbe sgretolare. Così come la democrazia: imperfetta, forse, ma irrinunciabile, sempre. Facciamolo girare nelle scuole, questo film, e inseriamolo nei programmi di formazione di giuristi e politici. Racconta con una sintassi impeccabile un'esperienza tanto lucida quando calda ed emotivamente coinvolgente.

 

 

 

 

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