Lunedì 23 Settembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

"La mia Livia, sparita nel fumo dopo la bomba di piazza della Loggia" PDF Stampa
Condividi

di Walter Veltroni

 

Corriere della Sera, 26 maggio 2019

 

Manlio Milani e la strage di Brescia: "Le sollevai la testa, ma lei non mi vedeva più. Una notte l'ho sognata, aveva una grossa valigia e camminava sempre. Vagava senza sosta. Vorrei poterle dire: fermati, abbiamo trovato la verità".

La sera prima sono a cena tutti insieme. Manlio e Livia, Clementina e Alberto, Lucia e Giorgio. Quasi tutti insegnanti. Hanno attorno a trent'anni. Passano insieme molte ore, coppie giovani, unite dagli stessi valori, dalle stesse rabbie, dagli stessi sogni. Quella sera discutono della manifestazione del giorno dopo.

Il comitato provinciale antifascista l'aveva convocata, promuovendo uno sciopero provinciale, a seguito di una lunga serie di violenze che avevano insanguinato la città e la provincia. Qualche giorno prima, dopo una catena di attentati a sedi sindacali e politiche, era morto, per l'esplosione della bomba che portava sulla moto, un terrorista di estrema destra e, ai suoi funerali, c'era stata una selva di braccia levate in segno di saluto romano e una aggressione alla sezione del Pci. C'era un clima brutto, in quei giorni di maggio del 1974.

Quella sera Manlio e Livia vanno a trovare i genitori che abitano nella loro stessa palazzina. La mamma di Livia appare preoccupata: "Non è che domani succede qualcosa? State attenti". Manlio la tranquillizza. "I pericoli non ci sono mai quando le manifestazioni sono così grandi".

Manlio è l'unico che non insegna. Lui viene da una famiglia umile. Ha cominciato a lavorare a dieci anni, a quattordici aiutava il proiezionista del Supercinema.

Portava con la bici le bobine da un cinema all'altro della città. Ricorda che quando proiettavano i melò italiani, "Tormento" e "Catene", la sera non dovevano pulire a terra perché le lacrime degli spettatori avevano dilavato il pavimento. Poi aveva lavorato due anni, con contratti mensili, nell'azienda di trasporti. Il suo contratto era da muratore, faceva la stessa mansione degli elettricisti, ma costava la metà degli altri. Non poteva ribellarsi perché il rinnovo del rapporto di lavoro dipendeva dai capi. Non poteva ribellarsi da solo.

Dei suoi soldi a casa c'era bisogno. Suo padre era disoccupato. Lo chiamavano per asfaltare La Maddalena, la strada fatta dai disoccupati. "Quando non pioveva pensavo: oggi si mangia!". Una volta, con i soldi dei primi lavori, Manlio si comprò un pollo. Disse alla madre che voleva mangiarselo tutto lui, che aveva fame e se lo meritava. La mamma lo cucinò e glielo mise sul piatto, a tavola, davanti al suo posto. "Entrai nella sala, vidi i miei fratelli con la solita zuppa e, insomma, dividemmo il pollo".

Da solo Manlio non poteva ribellarsi. Ma con altri sì. Per questo "in un giorno solo decisi di iscrivermi alla Cgil, al Pci e di dichiarare, a me stesso, che ero ateo. Io, che avevo vinto da piccolo il premio del catechismo, davo seguito ai miei dubbi".

Piove forte a Brescia, quella fine di maggio. Fa freddo. Gli amici si mettono in corteo. Giorgio, il marito di Lucia, esce presto per fare i picchietti davanti alle fabbriche. Lui si occupa del servizio d'ordine sindacale. Lucia è la sorella gemella di Clementina. Gemelle non monozigote, neanche nei caratteri. "Clem era più determinata di me, più capace di farsi ascoltare e rispettare, anche in casa, anche da mio padre".

Si mettono nel corteo. Clem parla con dei ragazzi delle scuole. Arrivano in piazza della Loggia. Sono quasi le dieci di quel 28 maggio di quarantacinque anni fa.

Ora dobbiamo fermarci e immaginare. I testimoni, o meglio i sopravvissuti, che ho ascoltato nella casa di Lucia, raccontano la loro storia di quei momenti.

Dice Lucia: "Stavamo in mezzo alla piazza. La pioggia era forte, fastidiosa. Qualcuno ha suggerito di spostarci verso i portici. Lo abbiamo fatto. Alberto, Clem, Livia ed io eravamo vicini l'uno all'altro, quasi pressati. Una persona, credo fosse Bartolomeo Talenti, si era appoggiato ad un cestino. Chiacchieravamo su quello che avremmo fatto dopo. Alle dieci ha iniziato a parlare Franco Castrezzati, della Cisl. Poi sarebbe toccato a Adelio Terraroli, del Pci, a nome dei partiti".

Manlio: "Ero con Livia. Stavamo cercando gli altri, in piazza. Li abbiamo visti, sotto i portici. Un compagno mi ha fermato per chiedermi qualcosa. Gli ho risposto. In quel momento ci siamo separati. Lei è andata verso Clem, Alberto, Lucia. Dopo aver risposto mi sono diretto anche io verso di loro. Livia mi ha visto, i nostri occhi si sono incrociati. Io le ho sorriso, l'ho salutata. Lei ha alzato la mano per ricambiare".

Redento Peroni lavorava nella stessa ditta di Manlio. Aveva fatto sciopero contro il fascismo. "Io prendevo 100.000 lire al mese, ne pagavo 27.000 di mutuo. Perdere un giorno di salario era un sacrificio grosso. Quel giorno non lo facevo per i miei diritti, ma per la libertà di tutti. Scioperavo per gli altri, non per me stesso.

Quella mattina un collega mi indica un fascista che era in piazza. Strano, penso. Comincio a seguirlo. E nel frattempo guardavo nella fontana, nelle griglie a terra, se c'era qualcosa. Poi l'ho perso di vista. Ero sotto la pioggia, vicino al cestino. Poi un uomo, in dialetto, mi ha detto "ragazzo vieni sotto i portici, non ti fradiciare. Mi sono spostato".

Franco Castrezzati ha appena detto la parola "Milano". È lì che la strategia della tensione è cominciata. Il finto anarchico Bertoli, che si scoprirà essere stato informatore di Sid e Sifar e affiliato alla Gladio, aveva seminato solo un anno prima il panico con una bomba tirata alla questura.

La questura di Milano, città martire dello stragismo. Dopo quella parola, "Milano"...

Manlio: "Vidi il volto di Livia sparire nel fumo di uno scoppio terribile. Quando ho capito mi sono messo a cercarla, in mezzo ai corpi martoriati. L'ho trovata, le ho sollevato la testa, non mi vedeva, non mi parlava. Una foto riprende quell'istante. Pensavo solamente a lei, ai nostri anni insieme. Ero disperato. In quel momento per me, in quella piazza devastata, esisteva solo lei. Ho dimenticato tutti gli altri. Provo da allora un grande senso di colpa per questo. Cercavo un'ambulanza, nell'illusione che quel corpo a brandelli potesse ritrovare la vita perduta".

Lucia: "Ho sentito quel botto terribile e mi sono trovata sotto a un mucchio di corpi. Non riuscivo a muovermi. Ho pensato di aver perso le gambe. Ma poi ho sentito che rispondevano. Ho visto a terra un braccio staccato. Ho pensato, in un flash, che fosse di un compagno che quella mattina mi aveva mostrato il suo nuovo giaccone blu.

Ricordo un silenzio assurdo. Nella mia testa. Vedevo le persone che si agitavano, sembravano urlare, ma io non sentivo nulla. La bomba mi aveva sfondato il timpano. Nessuno veniva a tirarmi fuori. Sono svenuta. Mi sono svegliata per il dolore degli schiaffi. Ho sentito che dicevano: "Questa è l'unica sopravvissuta". In ospedale mi hanno mentito, dicendomi che Clem e Alberto erano in rianimazione. Mio marito era al bar, si è precipitato in piazza. Era sconvolto. Diceva a tutti che era sicuro che io fossi andata a casa. Mi ha visto mentre mi mettevano in ambulanza, ma non mi ha riconosciuto".

Redento: "Quando è scoppiata la bomba il corpo dell'uomo che mi aveva fatto spostare, Bartolomeo Talenti, e quello di Euplio Natali mi hanno fatto da schermo, salvandomi. Avevo i timpani rotti, schegge ovunque, ero fradicio di sangue. I miei colleghi mi hanno detto che mi hanno visto rialzare e cominciare a correre urlando. Ho fatto trecento metri, loro mi inseguivano per fermarmi. Io piangevo e urlavo. Ricordo solo che mentre correvo ho sbattuto su qualcosa che mi ostacolava. Pensavo fosse un pezzo di legno. Era un braccio. Poi i miei amici mi hanno placcato e con un secchio d'acqua mi hanno lavato, mentre piangevo. Quello che non riesco a perdonarmi è di essere scappato, di aver corso lontano. Ero lì, potevo aiutare, forse salvare qualcuno. Magari Bartolomeo, il cui figlio Paolo oggi è un pezzo della mia vita".

Adelio Terraroli, ora ottantottenne, aveva preparato la sera prima, nella casa in cui mi riceve, il suo discorso. Quello di cui restano appunti a mano, come usava una volta, e basta. Perché quelle parole non sono mai state pronunciate.

"Avevo avuto un'ischemia nel 1973. Quello sarebbe stato il mio primo comizio da allora. Eravamo tutti angosciati dal clima che c'era nel nord. La piazza era piena. Dopo lo scoppio pensai fosse un petardo. Ci precipitammo sotto i portici. C'erano decine di corpi a terra. Sangue ovunque. I feriti, i manifestanti che erano scappati, tornavano indietro per aiutare. Noi non sapevamo se ci fossero altre bombe e dicemmo a tutti di andare a Piazza della Vittoria. Capimmo subito quello che era avvenuto. Io avevo mia moglie e mio figlio in piazza, Castrezzati vide il fratello portato via. Eravamo noi, ci conoscevamo tutti. Ci riunimmo in provincia, allora presieduta da Tarciso Gitti. Durante la riunione lui venne sapere che tra le vittime c'era la moglie del suo assessore Luigi Bazoli, Giulietta Banzi, anche lei insegnante. Organizzammo la presenza nelle fabbriche e l'autogestione della piazza che uno sciagurato vice questore, non so se incapace o complice, aveva fatto ripulire subito dopo l'attentato, impedendo la raccolta di elementi decisivi per l'inchiesta. Nulla fu più come prima, dopo Brescia".

Quella bomba scosse il Paese. La testimonianza sonora dello scoppio che interruppe il comizio antifascista rese ancora più forte l'impatto emotivo. Ma c'era qualcosa di più. Nell'Italia che solo due settimane prima aveva celebrato la vittoria del No al referendum sul divorzio per la prima e unica volta, nella storia del dopoguerra, una bomba devastante viene fatta esplodere durante una manifestazione politica. Gli stragisti avevano e avrebbero colpito banche, treni, stazioni, monumenti. Ma mai erano stato compiuto un attentato in una piazza. Era un salto di qualità. I funerali rispecchiano questa coscienza.

Lucia: "In ospedale ho voluto vedere alla tv i funerali. Sono stati un modo per sentirmi meno sola. Per alleviare la mia disperazione. I volti lividi di Leone e Rumor subissati di fischi erano lo specchio della coscienza, poi confermata nelle sentenze definitive, che quella strage non fosse solo di fascisti, ma avesse una rete di collaborazioni e forse persino l'ideazione in pezzi dello Stato che lavoravano contro la democrazia".

Redento: "Il giorno dei funerali avevano cambiato le lenzuola e tirato a nuovo le stanze. Noi feriti ci eravamo messi d'accordo. "Quando vengono Leone e Rumor, il primo di noi che gli stringe la mano non la deve più mollare. Ci devono guardare negli occhi, dire la verità". Una suora aveva sentito e riferì. Ci spostarono tutti. Io mi ritrovai nel reparto maternità.

Per anni non ho mai parlato della strage, neanche con mia moglie. Poi un giorno i mei nipoti seppero dalla madre che ero stato tra i feriti. Mi chiesero di raccontargli. Io inventai una scusa. Poi però li invitai a fare una passeggiata in montagna. Fu così che mi aprii. Ricordo che la sera me li misi vicino, nel lettone, e risposi a tutte le loro domande. Da allora non smetto di girare per le scuole. È il mio modo di onorare le vittime".

Manlio: "Io non accettai l'obitorio, mi sembrava assurdo che la vita di Livia dovesse finire lì. Il pomeriggio tornai, solo, in Piazza della Loggia. Il dolore non ha finito di inseguirmi. Per mesi ho dormito con la luce accesa. Alla fine il segretario della Fiom, Claudio Sabattini, venne a stare da me. La mamma di Livia per anni ha avuto una grande foto della figlia nel salone. Le parlava. Si era convinta che fosse fuori per un po'. Che sarebbe tornata, prima o poi. Non accettava quella morte inaccettabile. In tutti questi anni mi sono battuto per la verità. Sono diventato vecchio ma ora, con la sentenza della Cassazione, è stata fissata la verità storica. È stata dura, ho avuto anche momenti di frizione con il mio partito, il Pci, che all'inizio sposò un'inchiesta sbagliata della magistratura. Ma ora c'è una sentenza definitiva. Nel condannare Maggi e Tramonte la Corte scrive: "Dagli atti processuali emerge, in effetti, la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell'Arma dei Carabinieri e ad alti ufficiali del S.I.D., che sono incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati... L'ottica seguita, almeno per ciò che riguarda i Servizi segreti, non è stata certo quella di consentire agli inquirenti di fare luce sull'accaduto, sulle trame sottostanti, sui responsabili. È doveroso domandarsi: cui prodest?

La risposta è fin troppo ovvia, ove si tenga conto del contesto politico dell'epoca e dell'attenzione che pezzi importanti dell'apparato, civile e militare dello Stato, e centrali di potere occulto prestavano all'evoluzione del quadro socio-politico del Paese, condividendo l'interesse - comune a potenze straniere che godevano di un osservatorio privilegiato grazie alla massiccia presenza sul territorio di basi militari e di operatori dei Servizi di intelligence - a sostenere l'azione della destra, anche estrema, in chiave anticomunista".

Non sappiamo chi ha messo materialmente la bomba, chi ha deciso che l'attentato si facesse. Ma conosciamo i responsabili della trama che ha portato all'attentato ed è codificato un giudizio storico. Noi non vogliamo vendetta. Io da anni ho avviato, con Agnese Moro, Benedetta Tobagi ed altri, un dialogo con i terroristi che hanno riconosciuto le loro colpe. Ci siamo incontrati, abbiamo usato le parole. Quelle che le armi e le bombe fanno tacere per sempre. Ho dedicato la mia vita alla verità. Cerco ancora. Lo faccio per Giulia, Clementina, Alberto, Euplo, Bartolomeo, Luigi, Vittorio. E per Livia.

L'ho sognata, una notte. Lei era in casa, con altri amici. Aveva una grossa valigia in mano e camminava senza mai fermarsi. Vagava con un moto circolare, senza pause, senza meta. Vorrei poterle dire un giorno: "Fermati, riposati. Questa è la verità. Ci siamo arrivati"".

 

 

 

 

06

 

06

 

06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it