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La giustizia diventa "umana". L'appello di Woodcock PDF Stampa
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di Giovanni Verde

 

Corriere del Mezzogiorno, 23 maggio 2019

 

Il pm Woodcock ha chiesto che due giovani imputati (di 24 e di 19 anni) fossero condannati non all'ergastolo, come sarebbe stato possibile chiedere attese le modalità del fatto, ma a trent'anni di carcere per l'uccisione di un loro compagno di rapine.

"Quando usciranno dal carcere - ha detto - avranno cinquant'anni o poco più.... potranno, se lo vorranno, rifarsi una vita in maniera onesta". Un episodio di brutale delinquenza, alla quale ci siamo purtroppo abituati con un'appendice che fuoriesce alquanto dai nostri schemi usuali; appendice sulla quale è opportuno indugiare per proporre qualche riflessione.

Cominciamo dal ruolo del pubblico ministero nel nostro processo. La letteratura, quella amata soprattutto dalla magistratura associata, costruisce il pubblico ministero come una parte imparziale accomunata ai giudici dalla comune cultura della giurisdizione. Confesso che nella definizione ho sempre intravisto una buona dose di enfasi retorica. La parte nel processo non può essere imparziale, ossia "non-parte" e tanto meno può essere assimilata al giudice.

La parte processuale, quale è anche il pm, sposa una tesi, la trasforma in una richiesta di provvedimento e ne postula l'accoglimento. Il suo è il mondo del volere e dell'azione, che è intriso di sentimenti e di passioni, là dove il mondo del giudice è quello del pensiero e della ragione, che è o dovrebbe essere asettico e spassionato.

Di conseguenza, la richiesta del dottor Woodcock va valutata per ciò che essa esprime, per la partecipazione dell'uomo ad un sentimento di solidarietà umana, quale si trae dalla stessa nostra Carta costituzionale, che attribuisce alla sanzione penale una funzione anche rieducativa. Il pm non giudica, perché questo compito spetta ad altri. Con la sua richiesta il nostro pm ha manifestato la sua umanità. Come dovrebbe essere sempre. La pena, tuttavia, è il prodotto della logica del contrappasso ed è necessaria per la sua funzione di deterrenza.

Se non ci fosse la pena e se non fosse irrogata in maniera esemplare, la collettività degli uomini che si è associata nell'ambito di un ordinamento giuridico, subirebbe un vulnus, una ferita, che soltanto la punizione esemplare può rimarginare. Senza la pena esemplare chi delinque lo farebbe infinite volte e chi non delinque sarebbe incoraggiato a farlo soprattutto se ne avesse un tornaconto. Se alla base di quest'ultima funzione della pena vi è un'elementare esigenza di difesa e di sicurezza, diverso è il fondamento dell'altra sua funzione.

Qui ci troviamo a percorrere la sottile lastra di ghiaccio che divide la giustizia dalla vendetta e che rende legittima la violenza, perché, piaccia o non piaccia, la sanzione penale è esercizio di violenza, che la legge rende giustificabile. Una democrazia liberale, quale dovrebbe essere la nostra, fortemente ispirata a valori di solidarietà umana (veicolati dalla tradizionale vicinanza della nostra popolazione alla religione cristiana) non dovrebbe esasperare la logica del contrappasso. Si dovrebbe privilegiare la funzione di deterrenza della sanzione penale quale discende dalla sua effettività e dalla sua immediatezza.

La pena, insomma, è efficace non se è molto severa, ma se è irrogata con immediatezza e se è portata ad esecuzione. E, per converso, perde efficacia se viene irrogata a distanza di troppi anni e se non è portata ad esecuzione o se l'esecuzione è troppo blanda. Il nostro sistema, quale effettivamente è e non quale lo immaginarono i Costituenti, si allontana ogni giorno di più dall'immagine della democrazia liberale. Paghiamo la nostra incapacità di organizzare una giustizia rapida ed efficace con un prezzo assai alto.

Abbiamo un diritto penale sempre più ipertrofico. Aumentano a vista d'occhio i divieti e gli obblighi di comportamento; aumentano a dismisura le sanzioni e aumenta l'invasione nelle nostre vite private con sistemi di sempre meno controllata captazione. L'ordine e il rispetto della legalità diventano gli idoli di una nuova religione, statolatra, che si espande al prezzo della progressiva riduzione della nostra sfera di libertà.

E l'unica maniera per garantire ordine e legalità è la minaccia della sanzione penale, con la convinzione che tale minaccia è tanto più efficace quanto più severa è la sanzione, anche se sarà irrogata ad anni luce dal fatto delittuoso (di qui un allungamento sine die dei termini di prescrizione). Lo Stato si è allontanato da noi, è altro, è diventato il nostro tutore. Servisse a qualcosa!

Se guardiamo l'entroterra in cui hanno vissuto i due imputati, che sono l'occasione di queste riflessioni, se guardiamo al contesto familiare e, in genere, ambientale in cui hanno vissuto, in cui vivono le loro famiglie, in cui vivranno i loro figli, non ci possiamo meravigliare se essi non abbiano avuto il metro per valutare ciò che è lecito da ciò che non lo è, da ciò che umano e ciò che è estraneo ai comuni sentimenti di umanità (ed è triste dirlo: non sappiamo se ciò non riguardi anche quei nuclei familiari e, in genere, quel contesto sociale).

Lo stesso discorso potrebbe farsi per qualsiasi forma di delinquenza. Per toccare il tema della corruzione (che oggi sembra la madre di tutte le devianze), l'ambiente in cui viviamo è quello che privilegia il rapporto di protezione, di chi ci governa o amministra; e di sudditanza, di chi è governato o amministrato (ambiente che si nutre di tutte le forme di protezione possibili, anche di quelle di cui sono espressione recenti provvedimenti di governo).

Se questo è l'ambiente, non ci sarà minaccia di sanzione che possa combattere efficacemente il virus che si è introdotto nel nostro sangue, che è quello di ottenere protezione in cambio di sudditanza. La vera democrazia, quella che immaginarono i Costituenti, è altra cosa. Si serve della sanzione penale come della risorsa estrema. Punta in primo luogo sulla capacità di inculcare nella maggioranza dei cittadini i valori della legalità.

Per farlo, tuttavia, è necessario che chi ci governa creda in essi e dia loro attuazione. Se manca nei governanti la capacità di dare il giusto esempio e se manca la volontà di trasformare tali valori in un approccio culturale condiviso dal popolo o dalla sua maggior parte, non c'è sanzione che basti. È, invece, probabile che la delinquenza si espanda in forme sempre più subdole o sempre più violente. Come, del resto, sta accadendo, a disprezzo di altisonanti proclami. Non sono i trent'anni di galera in luogo dell'ergastolo ciò che fa la differenza.

 

 

 

 

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