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"Ragazzi, la violenza non è l'unico destino" PDF Stampa
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di Annachiara Valle

 

Famiglia Cristiana, 16 maggio 2019

 

Intervista a Roberto Di Bella, Presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria. "Arrivano da noi rassegnati e senza speranza. Cerchiamo di convincerli che la prigione non è una tappa obbligata della loro vita, anche allontanandoli dalla famiglia d'origine e dal loro territorio".

"Quelle di Antonio Piccirillo, anche se non conosco direttamente la vicenda, sono state parole forti. Emozionanti. Credo che la sua esternazione sia legata al dolore di aver vissuto in quel contesto, di essere stato privato, da quella cultura, del padre. Dimostrano che la cultura mafiosa provoca una profonda sofferenza anche all'interno delle famiglie".

Sofferenza che Roberto Di Bella, 55 anni, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria dal 2011, conosce bene. L'ha vista sui volti dei tanti, troppi ragazzi che sono passati dalle mani della giustizia.

"Negli ultimi venticinque anni", racconta il magistrato, "il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria ha trattato più di cento procedimenti per reati di criminalità organizzata, più di cinquanta per omicidio e tentato omicidio. Il più clamoroso fu quello dei due carabinieri Fava e Garofalo, vicenda per la quale un minorenne, ora divenuto collaboratore di giustizia, è stato condannato a trent'anni di reclusione. Reati contestati a ragazzi appartenenti alle storiche famiglie di 'ndrangheta del territorio. E che, divenuti maggiorenni, nella maggioranza dei casi sono ora sottoposti a regime penitenziario duro, del 41 bis, o sono stati uccisi nel corso delle faide locali o sono latitanti".

 

Per cosa soffrono questi ragazzi?

"Innanzitutto si vedono privati dei punti di riferimento affettivi. Il mafioso, spesso, è uno che ha ucciso e va in carcere e questo provoca, nei minori, dei gravi vuoti affettivi: queste assenze sono incolmabili. Ci stiamo accorgendo che le prime vittime della 'ndrangheta sono questi ragazzi che respirano una cultura dell'odio, della sopraffazione, della violenza fin dalla nascita. I report psicologici dei ragazzi di cui ci siamo occupati sono drammatici: quasi tutti i giovani sono rassegnati a una vita già segnata che è di morte o di carcerazione, provano un forte senso di angoscia per loro e per i loro familiari, i loro sogni sono connotati da scene di guerra, di irruzione notturna dei carabinieri che vengono ad arrestare il padre, da situazioni di pericolo in cui il minore deve attivarsi per salvare sé stesso o un prossimo parente da un killer. Il nostro obiettivo, con i nostri provvedimenti, è quello di assicurare a questi sfortunati ragazzi delle adeguate tutele per una adeguata crescita psicofisica. Vogliamo sottrarli a un destino che, il più delle volte, è ineluttabile. Ed è un destino di morte, di carcerazione, di sofferenza".

 

Sono provvedimenti di allontanamento dal territorio?

"Dal 2012 abbiamo deciso di mutare orientamento giurisprudenziale e di provare a censurare il modello educativo mafioso, nei casi in cui mette concretamente a rischio l'integrità emotiva e il regolare sviluppo psicofisico dei minorenni, nello stesso modo in cui interveniamo a tutela dei ragazzi vittime di genitori maltrattanti, alcolisti o tossicodipendenti. Con l'obiettivo di assicurare adeguate tutele ai minori per interrompere questa spirale perversa che è culturale, prima che criminale, stiamo adottando provvedimenti civili di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale. In casi estremi queste misure hanno comportato anche l'allontanamento dei ragazzi dalla Calabria e il loro inserimento in strutture comunitarie, case famiglia e, da ultimo, anche in famiglie di volontari. Da un lato cerchiamo di tutelare la crescita psicofisica dei ragazzi, dall'altro anche di sottrarli a rischi di pregiudizi all'integrità fisica nei contesti di faida. Vogliamo far vedere loro che esiste un mondo diverso, dare gli strumenti culturali necessari per renderli liberi di scegliere il loro destino. Si tratta, in sostanza, di una sorta di progetto Erasmus della legalità".

 

In concreto?

"Con l'ausilio di assistenti sociali, educatori, famiglie affidatarie, volontari antimafia e anche con esponenti della Chiesa cattolica facciamo conoscere ai minori un mondo dove la violenza e l'omicidio non sono gli strumenti ordinari di risoluzione delle controversie personali, dove c'è parità di diritti tra uomo e donna, dove le scelte, anche quelle più intime come i matrimoni e i fidanzamenti sono dettate dai sentimenti e non dalle famiglie per suggellare sodalizi criminali. Cerchiamo di far capire a questi ragazzi che il carcere non è, come molti pensano, una tappa di vita obbligatoria, un attestato di professionalità da appuntarsi sul petto e da esibire ai capi delle organizzazioni criminali, ma è luogo di sofferenze, da evitare a tutti i costi".

 

Con che risultati?

"Incoraggianti. Quasi tutti hanno ripreso la frequenza scolastica interrotta, hanno svolto o svolgono attività socialmente utili, percorsi di educazione alla legalità, grazie ai volontari antimafia come quelli di Libera e, ultimamente, anche dell'Unicef. Raggiunta la maggiore età, molti di loro ci hanno chiesto aiuto per restare nella diversa località dove li abbiamo collocati. Un sostegno che possiamo offrire grazie al protocollo firmato con Libera, con la Procura nazionale antimafia e finanziato in parte dalla Cei con i fondi dell'8 per mille".

 

Le mamme quale ruolo hanno in questi percorsi e come reagiscono alle vostre iniziative?

"A volte sono loro stesse, in lacrime, che ci chiedono di allontanare i loro figli per salvarli. Siamo entrati nel cuore di queste famiglie in modo più semplice di quanto pensassimo e, per molti ragazzi, per molte donne, ma anche per alcuni detenuti, il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria non è più un'istituzione nemica, ma l'ultima spiaggia nel mare dell'illegalità, per sottrarre i loro figli alla morte, alla sofferenza, alla carcerazione. Alcune mamme vengono da noi per i loro figli, ma, in fondo, anche per loro stesse, per coltivare una speranza di riscatto".

 

 

 

 

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