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Se la corruzione è un freno per le riforme PDF Stampa
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di Vladimiro Zagrebelsky

 

La Stampa, 16 maggio 2019

 

Le notizie milanesi di nuove indagini e di sviluppi di procedimenti penali già in corso che riguardano episodi di scorrettezze nella gestione della cosa pubblica, variamente qualificabili sul piano penale, di differente gravità, in stadi processuali diversi e probabilmente destinati a non eguali esiti giudiziari, non consentono per ora commenti che diano per accertata o probabile la natura di reati e la responsabilità delle persone implicate.

E ciò nemmeno ricorrendo al talora ipocrita aggettivo "presunto", che dovrebbe riflettere l'omaggio al principio di non colpevolezza fino a una condanna definitiva. Ma induce a preoccupazione la vastità dell'area di persone e affari in cui si muove una Procura della Repubblica solitamente non avventata.

Intanto perché si tratta della piazza più importante d'Italia per quanto riguarda la vita economica del Paese e poi perché è la città che vuol fregiarsi del titolo di "capitale morale", contrapposta all'altra capitale, indicata con l'epiteto di "Roma ladrona". Già si è vissuta la stagione di "mani pulite" che ha riguardato molti fatti di corruzione e finanziamento illecito di partiti politici verificatisi anche nel milanese.

Naturalmente non stupisce che dove circolano molti denari sia forte la tentazione di fare affari comunque e con qualunque mezzo. Non solo, ma una certa spregiudicatezza nelle forme amministrative può essere motivata dall'ansia di risolvere problemi, tagliando lacci e lacciuoli. Nella massa di possibili illeciti occorre quindi distinguere ciò che in largo senso attiene a forme di corruzione, da ciò che si riduce a violazione delle procedure di legge. Non per approvare queste ultime, ma per tener distinte vicende illecite che sono diverse.

Oggi dunque, con riferimento alle nuove vicende che fanno capo a Milano, è giusto andar cauti. Ma vi sono aspetti riguardanti il tema della corruzione in Italia che possono già ora essere commentati. Il primo è quello della presunzione d'innocenza, che ha un risvolto processuale sull'onere della prova che incombe al pubblico ministero, così che non è l'imputato che deve fornire la prova dell'innocenza. Ma non è escluso che nel processo siano prese misure a carico dell'indagato prima della condanna (fino alla custodia in carcere).

Da tempo, quando un personaggio di rilievo sia oggetto di un procedimento penale, anche a fronte di gravi sospetti o addirittura di certezze di comportanti illegali o variamente scorretti, si levano subito voci che pretendono che nulla si faccia su piani diversi da quello penale, in particolare con misure a tutela della cosa pubblica. Questa acuta sensibilità per le garanzie si manifesta quando di tratta di personaggi che si muovono a vario titolo dell'area del potere politico o economico.

Quando invece vengono alla ribalta i possibili responsabili di reati comuni, quella sensibilità viene travolta da invettive che, un minuto dopo il fatto, augurano all'accusato di "marcire in carcere". È così lecito mettere in discussione la buona fede di coloro che vogliono presentarsi come paladini delle garanzie individuali. Ne deriva comunque un grave impedimento a misure di protezione dell'affidabilità di chi opera nell'amministrazione pubblica o nella politica nazionale o locale.

A parte la discriminazione evidente, a vantaggio di chi è in qualche modo potente e in danno di chi non lo è, si verifica un grave indebolimento della protezione della cosa pubblica, non giustificato dal significato e scopo della presunzione di innocenza nel processo penale. Vi è poi altro motivo di preoccupazione. Recentemente dal governo sono venute modifiche al codice degli appalti pubblici.

Se ne è data giustificazione per la necessità di rendere meno pesanti gli adempimenti amministrativi che frenerebbero l'attività e lo sviluppo economici. Il capo dell'Autorità anticorruzione, Cantone, ne ha indicato la pericolosità per la facilitazione che ne deriva a pratiche illecite. Non pare che Cantone abbia udienza là dove si decide ed è un peccato. È chiaro che il rallentamento che deriva dalle procedure complesse e dai controlli è dannoso.

Tuttavia il prezzo dello sveltimento è l'aumento del pericolo di corruzione nel rapporto tra imprese e amministrazione pubblica. La corruzione diffusa, in un Paese come il nostro in cui essa non è soltanto "percepita", tra i tanti danni che procura vi è anche quello di impedire di adottare semplificazioni, che sarebbero benvenute in presenza di rigore morale e affidabilità da parte di tutti i protagonisti della vita pubblica e dell'attività di impresa.

 

 

 

 

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