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Giustizia: Via Poma; la condanna a Raniero Busco, una vita distrutta dalla c.d. giustizia PDF Stampa
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di Riccardo Arena

www.radiocarcere.com, 30 gennaio 2011

La condanna inflitta a Raniero Busco lascia a dir poco perplessi sul concreto funzionamento del processo penale, sulla sua capacità di produrre sentenze giuste.
Si tratta evidentemente di un processo indiziario.

Un processo che trae origine su un dato incerto nella scienza medico legale. Ovvero: l’accertamento dell’ora del decesso. Dopo circa 20 anni dal delitto, i medici legali, incaricati dall’allora procuratore aggiunto Italo Ormanni, spostano l’orario della morte della Cesaroni e quindi di fatto si fa rientrare Raniero Busco tra i sospettati.
Dopo tale assunto incerto, si è proceduto a nuovi esami su reperti. Reperti che da 20 anni erano custoditi in Tribunale. Esami che hanno prodotto tre risultanze indiziarie.
1. Tracce di saliva di Busco sul corpetto della Cesaroni.
2. Un morso sul seno della Cesaroni compatibile con l’impronta dentaria di Busco.
3. Tracce di dna di Busco rinvenute nell’appartamento che però sono solo in parte compatibili con il dna dell’imputato.
Indizi. La domanda è: bastano tali indizi per condannare a 24 anni una persona? Nel caso di specie, sembra difficile rispondere in modo affermativo. La Cesaroni e Busco erano fidanzati. Appare normale quindi che ci siano tracce sul corpo della Cesaroni e che indichino una pregressa attività sessuale. Inoltre, la traccia di dna rinvenuta nell’appartamento di via Poma è solo in parte compatibile con il dna di Busco e pertanto da sola non è sufficiente per un’affermazione di colpevolezza. Ed ancora.
C’è un elemento di prova a favore di Busco che pare essere stato sottovalutato. Sul corpo della Cesaroni sono stati rinvenuti lividi sulle anche. Lividi che sono indice di una violenza sessuale. Violenza a cui però non è seguita una penetrazione, tanto che all’epoca si pesò ad un violentatore incapace di avere un’erezione. Busco ha dei figli, difficile pensare a un uomo incapace di avere rapporti sessuali (impotenza coeundi).
E poi. Siamo certi che, come nel caso Marta Russo, la magistratura abbia condannato l’imputato pur di non smentire l’operato di Pm tanto autorevoli?
Infine la difesa di Busco. Si sostiene che Busco avrebbe avuto bisogno di un’impostazione difensiva diversa. Ma perché è fisiologico forse che un Giudice condanni l’imputato se non è ben difeso? Non sembra affatto. Anzi al contrario. Il Giudice, se riscontra lacune probatorie, che possono anche essere generate dall’impostazione difensiva, può colmare tali lacune come è previsto dall’art. 507 c.p.p.
Lacune che, se non colmate, imporrebbero al Giudice di assolvere l’imputato ai sensi dell’art. 530, secondo comma, c.p.p. Ovvero per insufficienza o contrarietà della prova.
Ora sia chiaro. Parlare di Giustizia deve significare soprattutto parlare di come questa viene esercitata concretamente. E, guardando al processo e alla condanna inflitta a Raniero Busco, non sembra che la giustizia oggi goda di buona salute. Una giustizia che, invece di generare certezza anche attraverso l’assoluzione, produce incertezza. Incertezza e paura. La paura che l’innocente o il colpevole non verranno riconosciuti tali. Dopo Lumumba, Stasi, Pappalardi, Scattone e Ferraro, ecco un altro triste capitolo. Raniero Busco. Una vita distrutta dalla c.d. giustizia.

 

 

 

 

 

 

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