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Giustizia: giornata contro pena di morte, ma nelle carceri italiane si muore anche senza boia PDF Stampa
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di Andrea Gabellone

 

Quotidiano di Puglia, 30 novembre 2010

 

Il 30 di novembre si celebra la giornata mondiale contro la pena di morte. La partecipazione alla causa è massiccia: dal 2002, oltre 1.000 città in tutto il mondo e più di 50 capitali dei cinque continenti hanno aderito alla manifestazione. Tuttavia, a quanto pare, lo sdegno di tanti non basta.

Le cifre del 2009 - fornite dalla lega internazionale "Nessuno tocchi Caino" - sono impressionanti: 5.679 esecuzioni, delle quali circa 5.000 solo in Cina.
Il paradosso dei sistemi contemporanei ci impone una triste e cinica realtà. Infatti, la più grande potenza economica del mondo è lo stesso Paese che ordina la pena capitale per reati che vanno dal gioco d'azzardo ai reati d'opinione, dal furto di animali alla pirateria informatica. Una constatazione per lo meno inquietante. Esprimere dissenso per far sì che nessuno Stato disponga della vita di un uomo dovrebbe essere un dovere di tutti quei Paesi che rispondono ad un regime democratico. Dovrebbe. Gli Stati Uniti, per esempio, inventori della democrazia "d'asporto", solo l'anno scorso hanno giustiziato 52 persone. Niente male per una Nazione che ha la pretesa di insegnare coattivamente la "civiltà" fuori dai propri confini.
E noi? Noi che degli stessi Stati Uniti siamo fedeli alleati? La nostra Costituzione, come sappiamo, non prevede la pena di morte, e fin qui tutto bene; ma seguendo il consiglio lasciato in eredità da due illuminati come Voltaire e Dostoevskij, dovremmo misurare la nostra nequizia dallo stato in cui versano le nostre carceri. Gli oltre 1.700 detenuti morti negli ultimi dieci anni in Italia non regalano margini di ottimismo.
Fare una stima in cifre di quanti, fra questi, siano morti per negligenza dello Stato non è compito facile, eppure il quadro è presto fatto: le perizie della Corte di Giustizia europea parlano di sovraffollamento (152%), di spazi ridotti al minimo, di emergenze igienico-sanitarie; in una parola, di tortura. I suicidi, solo quest'anno, sono a quota 61. La polizia penitenziaria protesta contro il degrado cui devono far fronte i detenuti e gli stessi carcerieri. Il centro studi “Ristretti Orizzonti” presenta un rapporto su trenta casi di morti dalle circostanze dubbie negli ultimi otto anni: morti per "infarto" con la testa spaccata, per "suicidio" con ematomi e contusioni in varie parti del corpo
Senza andare lontano, a casa nostra, nel carcere di Borgo San Nicola, il personale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) - fa sapere il segretario nazionale Federico Pilagatti - è pronto ad iniziare uno sciopero della fame per dare visibilità ad una situazione insostenibile da parte di detenuti e operatori penitenziari. A nulla sono serviti i comunicati degli scorsi mesi: quasi 1.500 presenze per 660 posti disponibili, 3 metri quadrati di spazio a persona in cella, temperature estive che superano i 50 gradi, sicurezza facilmente violabile a causa di una presenza esigua di polizia all’interno delle sezioni detentive e trattamenti medici inadeguati a reclusi con gravi patologie, sono tutti problemi, ad oggi, presenti nella Casa Circondariale di Lecce. L’Amministrazione penitenziaria e le autorità locali sono a conoscenza di questa barbarie. Con le suddette circostanze, il limite tra pena e sevizie è molto sottile. Ci schieriamo apertamente contro i boia, ma nelle carceri italiane, nel 2010, si muore ancora senza nemmeno l’ombra di un criterio. Detto questo, la domanda è: basterà manifestare il 30 novembre per sentirsi meno colpevoli?

 

 

 

 

 

 

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