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Padova: caso Scialpi; consegnata al pm la lista dei testimoni del “calvario” di Graziano PDF Stampa
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Il Gazzettino, 30 novembre 2010

 

Alcuni volontari del Due Palazzi dicono che non è stato curato. Le indagini sulla morte di Graziano Scialpi sono coordinate dal pm Emma Ferrero.
C’è una lista. Sono le persone che vogliono raccontare al pubblico ministero Emma Ferrero i tormenti non ascoltati e le medicine negate in carcere a Graziano Scialpi, il quarantottenne ex giornalista detenuto al carcere Due Palazzi, deceduto lo scorso ottobre per un tumore ai polmoni che gli era stato diagnosticato in ritardo. La lista l’ha consegnata ieri mattina l’avvocato Annamaria Alborghetti, legale dei familiari di Scialpi.
Adesso l’inchiesta sulla morte dell’ex giornalista entra nel vivo. Sono stati i familiari dell’uomo a far avviare l’inchiesta. Secondo i parenti, Graziano Scialpi sarebbe stato lasciato solo per oltre un anno, senza la possibilità di poter fare nemmeno una visita specialistica. E i testimoni che indica l’avvocato Alborghetti sarebbero pronti a confermare le tappe del calvario del detenuto. Tra i testimoni ci sono i genitori dell’ex giornalista e alcuni volontari che operano nella casa di reclusione e che erano a conoscenza del travaglio subito dall’uomo.
La morte di Scialpi è stata al centro anche di un’interrogazione parlamentare della deputata Radicale Rita Bernardini, che ha chiesto al ministro della Giustizia Angelino Alfano se, al di là dell’inchiesta della magistratura, non si ritenga di dover verificare, attraverso un’approfondita indagine interna, se il trattamento sanitario previsto nell’istituto di reclusione abbia corrispondenza con le leggi dello Stato.
I primi segni della malattia erano apparsi nel novembre 2008, all’epoca Scialpi, in carcere per aver ucciso la cognata e reso cieca la moglie, godeva del regime della semilibertà e di giorno lavorava all’esterno del carcere, così quando usciva si comprava degli antidolorifici per il mal di schiena. Già allora aveva chiesto il permesso di farsi visitare, ma non gli sarebbe stato concesso. I problemi erano arrivati qualche mese dopo, quando al detenuto era stata revocata la semilibertà, perché gli avevano trovato nel sangue le tracce di quegli oppiacei che aveva assunto per calmare il dolore. Tornato dentro non gli avrebbero fatto prendere nemmeno il Voltaren.

 

 

 

 

 

 

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