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Giustizia: caso Marta Russo; Scattone rinuncia alla cattedra "non sono più sereno" PDF Stampa
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Corriere della Sera, 11 settembre 2015

 

Condannato per l'omicidio di Marta Russo, avrebbe dovuto insegnare Psicologia in una scuola di Roma. "Se la coscienza mi dice di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all'incarico": lo ha annunciato Giovanni Scattone, al quale nei giorni scorsi è stata assegnata una cattedra di psicologia all'Istituto professionale Einaudi di Roma.

Condannato per l'omicidio di Marta Russo - la studentessa uccisa da un colpo di pistola il 9 maggio del 1997 mentre passeggiava nei cortili dell'università La Sapienza - Scattone ha scontato la pena, ma la notizia diffusa dal Corriere della Sera ha suscitato forti polemiche.

Dolore era stato espresso dalla madre di Marta, Aureliana: "È una notizia che ci fa ripiombare nel dolore, lo acuisce ancora di più. È assurdo che una persona come quella possa insegnare", aveva detto. Oggi la donna si dice "contenta per gli studenti". È una decisione di "buonsenso", ha commentato Aureliana Russo: ha fatto l'unica cosa giusta da farsi non perché non debba lavorare ma non può educare. E mentre si trincera dietro al silenzio la dirigente dell'istituto professionale Einaudi, cui il professor Scattone era destinato, il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, ha minimizzato la vicenda: "Sarei tranquilla se mia figlia fosse nella scuola dove insegna il professor Scattone", ha detto.

"Il caso Scattone risale a 17 anni fa, il professor Scattone da allora ha insegnato come supplente, e adesso fa parte di graduatorie da cui è stato attinto, ha espiato la condanna che non prevedeva l'interdizione dai pubblici servizi. Semmai è lui che ora deve prendere posizione, è un problema della sua coscienza", ha spiegato il ministro.

"Con grande dolore ed amarezza - ha detto l'ex assistente universitario - ho preso atto delle polemiche che hanno accompagnato la mia stabilizzazione nella scuola con conseguente insegnamento nell'oramai imminente anno scolastico. Il dolore e l'amarezza risiedono nel constatare che, di fatto, mi si vuole impedire di avere una vita da cittadino "normale"". "La mia innocenza, sempre gridata - aggiunge - è pari al rispetto nei confronti del dolore della famiglia Russo. Ho rispettato, pur non condividendola, la sentenza di condanna. Quella stessa sentenza mi consentiva, tuttavia, di insegnare. Ed allora sarebbe stato da Paese civile rispettare la sentenza nella sua interezza".

"Ho sempre ritenuto - spiega Scattone - che per essere un buon insegnante si debba anzitutto essere persona serena. Oggi, in ragione di queste polemiche, non ho più la serenità che mi ha contraddistinto nei dieci anni di insegnamento quale supplente: anni caratterizzati da una mia grande soddisfazione anche e soprattutto legata al costruttivo rapporto instauratosi con alunni e genitori. Ed allora - annuncia - se la coscienza mi dice, come mi ha sempre detto, di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all'incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati".

"Così - prosegue il docente - questo Paese mi toglie anche il fondamentale diritto al lavoro. Dopo la tragedia che mi ha colpito, solo la speranza mi ha dato la forza di andare avanti. Anche oggi - conclude - vivrò con la speranza che un giorno la parte sana di questo Paese, che pure c'è ed è nei miei tanti ex alunni che in questi giorni mi sono stati vicini e nella gente comune che mi ha manifestato tanta solidarietà, possa divenire maggioranza".

Il suo difensore, Giancarlo Viglione spera che ci sia un ripensamento: "La situazione è molto dolorosa e molto triste: Scattone, dopo anni di precariato, ha deciso di fatto di finire in mezzo a una strada per le polemiche che lo hanno travolto. Spero che vivamente ci ripensi", ha detto i legale. "Mi auguro che alle parole positive espresse dal ministro dell'Istruzione seguano quelle di altri e che a questa vicenda si possa trovare una soluzione".

 

 

 

 

 

 

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