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Giustizia: caso Marta Russo; Giovanni Scattone ha pagato il suo debito, lasciamolo in pace PDF Stampa
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di Vincenzo Vitale

 

Il Garantista, 9 settembre 2015

 

Espiare, etimologicamente, significa "rendersi oltremodo pio", "purificarsi". Ne viene che chi abbia espiato la pena che gli era stata inflitta si ritrova nella posizione di partenza, senza che nulla o nessuno possano intervenire per depotenziarla socialmente o moralmente. Egli è per definizione colui che si è purificato dell'errore commesso e che perciò vanta i medesimi diritti di tutti gli altri. Ecco perché suona incomprensibile e perfino odioso che si siano levate delle voci allo scopo di protestare per il fatto che Giovanni Scattone, condannato per l'omicidio colposo di Marta Russo alla Sapienza, dopo aver scontato la sua pena, abbia osato chiedere un posto di docente in una scuola romana, ottenendolo.

Scattone è oggi come tutti gli altri, come coloro stessi che protestano. Anzi, direi che è perfino in una posizione moralmente migliore. Infatti, a differenza di tutti noi e perfino di coloro che protestano, di fatto è stato costretto ad attraversare un'esperienza bruciante e difficile come quella del carcere dalla quale è riemerso senza perdere ovviamente nulla della sua umanità. Inoltre, egli si è sempre proclamato innocente e continua a farlo anche adesso: e forse questo dà fastidio.

Questa è una vecchia storia. Sembra che molti non capiscano che una cosa è la verità processuale, altra, ben diversa, è quella reale e che non sempre quella coincide con questa, pur nella buona fede di tutti. Ne viene che il diritto di proclamarsi innocente, pur dopo una sentenza definitiva di condanna, è sacrosanto e che nessuno può per tale ragione essere criticato o stigmatizzato. Invece, per Scattone, le polemiche montano, si afferma che egli non dovrebbe insegnare, non dovrebbe lavorare, non dovrebbe, in sostanza, vivere.

Ma perché? Perché, se egli non ha più debiti di sorta, dovrebbe essere privato del diritto di vivere in modo normale nell'ambito della società? Certo, il dolore della famiglia di Marta Russo è comprensibile, anche perché nulla sarà in grado di restituire loro la povera ragazza. Ma proprio per questo, per il fatto cioè che ciò che farà o non farà Scattone è indifferente a questo scopo, non si capisce per quale ragione si debba infierire contro di lui o contro chiunque si trovasse nella identica sua situazione.

Occorrerebbe che tutti facessimo un bagno di umiltà e di moderazione, abituandoci a pensare che la giusta rivendicazione della giustizia - quando sia stato commesso un delitto grave come l'omicidio - non comporta in alcun modo l'annientamento del colpevole né dal punto di vista morale né da quello sociale. La giustizia non annienta, ma, attraverso l'espiazione della pena, redime, reinserisce il colpevole nel circuito sano delle relazioni sociali: il che è esattamente ciò che Scattone sta cercando di fare.

Ma allora perché protestare? Perché stracciarsi le vesti? Inoltre, occorre ricordare che Scattone è stato condannato per un delitto colposo, non certo doloso: lo si è insomma condannato non perché abbia deliberatamente voluto uccidere la giovane Marta Russo, ma perché ha peccato di imprudenza nel maneggiare un'arma, tanto da provocare la morte della ragazza.

C'è una bella differenza fra le due ipotesi, in quanto per ciò che attiene al reato doloso è alla volontà malvagia del soggetto che bisogna guardare, mentre per il reato colposo si tratta solo di scarsa attenzione, di un difetto di prudenza: qui, come dicono i giuristi, si vuole l'azione, ma non l'evento che ne deriva. Insomma, leviamoci dalla testa che Scattone e i tanti come lui che hanno esaurito di pagare il debito contratto espiando la loro pena possano a vita essere stigmatizzati, perseguitati, censurati, biasimati, impediti dallo svolgere una vita normale. Farlo sarebbe un atto di barbarie non meno grave del reato da loro commesso.

 

 

 

 

 

 

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