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Bologna: l’Orchestra Mozart suona in carcere e sul podio sale una detenuta PDF Stampa
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La Repubblica, 24 novembre 2010

 

Per una mattina, per poco più di un’ora, le note della Serenata per archi di Ciajkovskij hanno attraversato le celle del carcere della Dozza. Per una mattina, i carcerati hanno applaudito e applaudito ancora alcuni ospiti decisamente insoliti tra quelle pareti, i musicisti dell’Orchestra Mozart. Ventitré strumentisti in jeans e pullover (alle prese con violini, viole, violoncelli e contrabbassi), diretti da Diego Matheuz, giovane venezuelano, primo direttore ospite dell’Orchestra riunitae diretta da Claudio Abbado. Hanno suonato ieri in carcere, e per qualche minuto hanno persino ceduto la bacchetta a una giovane donna reclusa (nella foto di Caselli Nirmal e Sole Travagli), “perché anche dalla musica passa la dignità delle persone”, come ha ricordato il direttore della Casa Circondariale, Ione Toccafondi.
Il concerto di ieri è stato l’evento culminante di tre giornate che l’Orchestra Mozart ha voluto dedicare al tema della musica e dell’impegno sociale, animandole con incontri, convegni e naturalmente concerti, l’ultimo dei quali ieri pomeriggio all’Ospedale Sant’Orsola. Non è la prima volta che l’ensemble, nato in seno all’Accademia Filarmonica, fortemente sostenuto dalla Fondazione Carisbo (il cui presidente Roversi Monaco è anche presidente dell’Orchestra) suona in carcere. E in passato ha suonato anche davanti agli ospiti della Caritas, ai bambini ricoverati, ai terremotati dell’Abruzzo. Ma ieri l’incontro tra i musicisti, i detenuti e gli agenti della polizia penitenziaria è stato particolarmente intenso. E forse anche per stemperare l’emozione tra i detenuti e gli agenti, quando ha preso la parola il violoncellista Luca Franzetti, ha presentato i suoi colleghi musicisti in maniera molto originale.
“In un’orchestra tutto deve muoversi in armonia ha esordito - un po’ come se fosse una piccola comunità”. Poi, rivolgendosi ai detenuti, ha cercato di strappare qualche sorriso. “Quella di oggi si chiama orchestra sinfonica, perché mancano i fiati. È venuta da voi la parte migliore, insomma”, ha scherzato il musicista. “Non a caso, quando ci sono i fiati e mancano gli archi - ha continuato - si chiama banda”.
Poi ha lanciato un appello a tutti i detenuti, invitandoli a raggiungerlo al centro della cappella per provare l’emozione di dirigere un’orchestra. Qualche attimo di imbarazzo e di sorrisi arrossati, qualche “vacci tu”, “no, io mi vergogno”. Finché una detenuta ha sconfitto l’emozione, si è alzata in piedi, ha preso in mano la bacchetta e ha dato il tempo all’orchestra, che per qualche secondo ha ricominciato a suonare. “Sono sempre stato profondamente convinto che la musica contenga in sé una forza un grado di travalicare i suoi stessi confini”, ha scritto Claudio Abbado: “La musica è necessaria alla vita, può cambiarla, migliorarla e in alcuni casi addirittura salvarla”. E ieri la sua Orchestra ne ha dato una prova.

 

 

 

 

 

 

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