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In Parlamento finalmente qualcuno si è accorto delle famiglie dei detenuti PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 19 gennaio 2015

 

Quando hanno partecipato, nel carcere di Padova, lo scorso dicembre, al seminario "Per qualche metro e un po' di amore in più", alcuni parlamentari hanno ascoltato gli interventi di tante figlie di detenuti, e dei loro padri, e poi si sono impegnati a fare propria la battaglia per una umanizzazione vera delle carceri, che deve passare attraverso un autentico e profondo miglioramento dei rapporti delle persone detenute con le loro famiglie.

Ora, questo impegno sta diventando qualcosa di concreto: nei prossimi giorni, la Commissione Giustizia della Camera inizierà la discussione su una proposta di legge sugli affetti dei detenuti, e al Senato verrà presentata una seconda proposta in materia. Noi speriamo che le forze si uniscano, le due proposte diventino una sola, che finalmente venga calendarizzata, discussa e approvata. Perché nelle carceri c'è davvero bisogno di un po' di amore in più da dedicare alle famiglie. Noi, nel frattempo, dedicheremo tutte le nostre energie a tener viva l'attenzione su questi temi con testimonianze come quelle che seguono, che raccontano l'emozione e la sofferenza dei colloqui, quei colloqui crudelmente brevi (sei ore al mese, quattro nelle sezioni di Alta Sicurezza) che la nuova legge dovrebbe prolungare e rendere più frequenti.

 

Il mio primo colloquio in carcere

 

Mi chiamo Slavisa, ho 43 anni e provengo dalla Serbia. Sono detenuto presso la Casa di Reclusione di Padova, con la pena dell'ergastolo. Io e la mia compagna abbiamo tre figli. Sono stato arrestato nel 2006 per la prima volta nella mia vita. Prima di arrivare a Padova ho vissuto nelle carceri del Meridione. Come potete immaginare mi era difficile avere colloqui con i miei famigliari, perciò nel 2007 ho chiesto un trasferimento, in Friuli. Nel 2011 da Palermo sono stato trasferito in provincia di Udine, presso la Casa circondariale di Tolmezzo.

Per prima cosa ho avvertito subito la mia famiglia. Dopo un mese siamo riusciti a ottenere il primo colloquio. Il 4 agosto 2012 i miei figli e la mia compagna sono venuti a trovarmi. Quella mattina mi ero alzato molto presto e non facevo altro che pensare a loro, parlando da solo e cercando le parole giuste. Cosa dirgli, dopo otto anni che non li vedo?

È arrivato il momento. Gli agenti mi hanno chiamato. Il percorso fino alla sala colloqui mi sembrava lunghissimo. Mi sembrava di volare. Non posso spiegare come mi sentivo, non so come descriverlo. Ecco, ci siamo, mi ripeto dentro di me, sono nella sala colloqui che aspetto. Sento il mio cuore che batte forte dentro il mio petto, tutum, tutum, tutum.

A quel punto si è aperta la porta, ed entrano subito due splendide ragazze. Dietro loro una donna con gli occhi gonfi e rossi, di quelli che hanno appena pianto. A chiudere la fila un uomo. In quell'attimo volevo urlare di gioia, volevo urlare fortissimo perché avevo male al petto. Sono cresciuti e la donna è invecchiata.

Mi sono ritrovato quasi incredulo, poi ho pensato che era meglio abbracciarli con un grandissimo sorriso. Dopo i saluti ci siamo seduti a parlare, per la prima volta dopo otto anni.

In quella confusione c'erano parole che avremmo voluto dirci, ma i sospiri erano quello che riuscivamo a darci. Mio figlio e la maggiore delle mie figlie mi chiedevano di tutto. La più piccola era silenziosa, mi parlava solo se le chiedevo qualcosa, pensavo fosse stanca per il viaggio.

Le quattro ore concesse dalla Direzione per il colloquio sono passate in un attimo, veloci come un lampo. A quel punto l'agente entra nella stanza e a voce alta comunica che la visita è terminata. Ci siamo salutati con un lungo abbraccio e poi se ne sono andati.

Rientrando pian piano nella mia stanza, mi tenevo appoggiato al muro con i pensieri fissi ai bei momenti appena trascorsi.

Dopo un paio di giorni ho chiamato a casa per risentirli e chiedere come era andato il viaggio. Mi risponde la mia piccola: "Ciao, papà, come stai?" E io rispondo che sto bene, a mia volta chiedo se è ancora stanca del viaggio. Lei mi risponde: "No, non sono stanca e anche in Italia non ero stanca".

Le chiedo perché, al contrario dei suoi fratelli, non mi aveva parlato al colloquio, ma non mi giungeva nessuna risposta. Riuscivo solo a sentire un sospiro lieve e umido. Allora ho capito che stava piangendo.

"Parlami", le dissi, e dopo qualche attimo mi esplose in faccia la verità: "Papà, io non ti conosco".

Non ho più avuto parole, né io e neppure lei, siamo rimasti in silenzio fino a quando si è interrotta la telefonata. Il tempo era scaduto.

 

Slavisa D.

 

La pena non la sconti solo tu, ma anche la tua famiglia

 

Per un detenuto la famiglia è vita. Quando si avvicina il giorno del colloquio, dire di sentirsi una gioia dentro che voglia esplodere da un momento all'altro è poco.

L'attesa di essere chiamato per entrare al colloquio è però angosciante. Si inizia con la notte che precede il giorno del colloquio, non si riesce a dormire, si pensa alla famiglia che si metterà in viaggio nella mattinata, nel mio caso alle 5 per prendere un aereo per Roma, per poi proseguire con una macchina fino a Spoleto, dove mi trovo ristretto. In questa attesa faccio i calcoli di quanto possono impiegare per arrivare a Spoleto, ma vuoi per una cosa o per un'altra, i conti non mi tornano mai, c'è sempre un ritardo, la mia mente inizia a tormentarsi e faccio tanti pensieri brutti.

Dico a me stesso che se succede qualcosa la colpa è mia, questa attesa mi distrugge dentro, mi rilasso solo quando l'agente mi chiama, in quel momento è come se mi sentissi mancare le forze per la gioia di sapere che la mia famiglia è qui.

La legge dice che i detenuti dovrebbero stare "in istituti prossimi alla residenza delle famiglie", ma tutto questo nella realtà conta poco, si è detenuti spesso lontano da casa, e il motivo della lontananza non si riesce a capirlo.

Quando avviene l'incontro con i familiari il mio cuore inizia a battere più forte come se volesse uscire dal mio torace, li abbraccio con forza e sento il calore della mia famiglia, ci sediamo attorno ad un tavolo, stringo la mano a mia moglie, accarezzo i miei figli e i miei nipotini, quando possono venire.

Osservo la mia famiglia e sono fiero di loro, cerco di chiedere come stanno quelli che sono assenti, ma poi mi accorgo che mi ripeto sempre con le stesse domande.

Quando si avvicina la fine del colloquio vorresti che le lancette dell'orologio della sala colloqui si spostassero indietro per avere ancora tempo di stare con loro, ma è finita, in quei pochi minuti che rimangono vorrei dire tutto quello che non ho detto in tre, quattro ore di colloquio.

Poi ci sono i saluti con abbracci e baci, in quel momento non vorrei staccarmi più da loro, ma devono andare, il colloquio è finito.

Il rientro in stanza è tra gioia e malinconia, la gioia perché hai un po' di cibo cucinato da casa, dalle mani di mia moglie, questo odore mi fa dimenticare per alcuni minuti che sono chiuso tra quattro mura.

Poi inizia l'angoscia perché sai che la tua famiglia è di nuovo in viaggio, un'altra notte di tormenti nella mente che troverà pace quando sai che sono arrivati a casa e dirò: grazie mio Dio che hai avuto cura di loro.

Io posso solo concentrare il mio affetto e l'amore per la mia famiglia su un foglio di block notes dove posso esprimere le mie paure, il mio amore e tutto quello che passa per la mia mente, questo foglio di block-notes lo invierò alla mia famiglia, ma lo odio già in quanto ha il privilegio di poter stare tutto il tempo che vuole con i miei cari, quello che a me manca.

Questa affettività in carcere è solo angoscia e paura. Penso che sia una sofferenza che si aggiunge alla pena che devi scontare, ed è una pena a tutti gli effetti che però non sconti solo tu, ma anche la tua famiglia. La nostra Costituzione credo sia la più bella al mondo, solo che viene violata quotidianamente.

 

Leonardo G.

 

 

 

 

 

 

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