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Giustizia: dalle carceri arrivano buone (ma sopratutto pessime) notizie PDF Stampa
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di Gianluca Testa

 

Corriere della Sera, 15 gennaio 2015

 

Per i detenuti delle carceri italiane le festività rappresentano il momento più buio. Quei giorni si consumano soprattutto nell'assenza dell'affettività, tra diritti negati e opportunità d'integrazione sfumate. È proprio nel periodo compreso tra Natale e il sei gennaio che si registra il picco più alto di suicidi dietro le sbarre. Nonostante questo ci sono piccoli grandi segni di rinascita e speranza, da Prato a Rebibbia. Anche se non tutti sono pronti ad accogliere con favore le misure alternative alla pena.

Adrian Furtuna aveva appena 19 anni e il cinque gennaio si è impiccato nel carcere di Venezia. Massimiliano Alessandri di anni ne aveva 44. Detenuto nel carcere Pagliarelli di Palermo, anche lui ha deciso di porre fine alla sua vita impiccandosi con un lenzuolo nel giorno di Santo Stefano. Quello di Adrian è il primo suicidio del nuovo anno. Massimiliano - giardiniere di origine fiorentina che aveva richiesto l'appello dopo una condanna in primo grado - è invece l'ultimo dei 43 detenuti che nel 2014 hanno deciso di togliersi la vita. L'anno prima i suicidi furono 49.

Secondo i dati raccolti dall'Osservatorio permanente sulle morti in carcere - curato da Radicali Italiani e dalle associazioni Il Detenuto Ignoto, Antigone, A Buon Diritto insieme alle redazioni di Radio Carcere e Ristretti Orizzonti - negli ultimi cinque anni 20 detenuti si sono uccisi proprio durante le festività, nel periodo compreso tra il 24 dicembre e il 6 gennaio.

"Una frequenza doppia rispetto al resto dell'anno" spiegano i curatori del Dossier. "I motivi vanno ricercati nell'accentuato senso di solitudine per la lontananza dalle famiglie, nell'assenza di proposte trattamentali (con la sospensione dei corsi scolastici e delle attività lavorative) e nella riduzione del personale a causa delle ferie".

Dei 43 detenuti che si sono tolti la vita nel 2014 ci sono 6 stranieri e 2 donne. L'età media è di 40 anni. La maggioranza ha trova la morte con l'impiccagione (37) mentre 5 persone si sono asfissiate col gas del fornelletto da camping in uso nelle celle. Le carceri nelle quali si sono registrate più vittime sono Poggioreale di Napoli (4) e la casa di reclusione di Padova (3).

A questi numeri corrispondono nomi, cognomi, volti, storie. Persone spesso private della dignità, cui non viene concessa una reale opportunità di recupero. È ormai noto che le misure alternative alla pena, oltre a essere più economicamente sostenibili, riducono drasticamente la recidiva: dall'80% fino al 5-7%.

Lo sottolineano i coordinamenti sul carcere (Seac) e le tante comunità di accoglienza che operano sul territorio (come ad esempio la Papa Giovanni XXIII).

Ma anziché investire nell'alternativa, spesso si preferisce piuttosto concentrare poteri e funzioni nell'amministrazione penitenziaria. Scelte che hanno portato il Ministero a interrompere in dieci istituti penitenziari la decennale sperimentazione del servizio mensa affidato alle cooperative sociali. I risultati? Costi lieviti, crollo della qualità del vitto e opportunità negate ai detenuti che una volta formati venivano inseriti in percorsi professionali. Ora circa uno su tre rischia il licenziamento.

Fortunatamente qualcosa di buono accade, nonostante tutto. Come a Prato, dove a partire da questo mese i detenuti puliranno le strade e i giardini della città. L'accordo per l'inserimento lavorativo e il recupero è stato firmato dal sindaco Matteo Biffoni e da Vincenzo Tedeschi, direttore della Casa circondariale La Dogaia.

E mentre Jovanotti ha tenuto un concerto non programmato per i detenuti di Sollicciano nella sera di Capodanno, a Rebibbia - grazie alla Comunità di Sant'Egidio e all'attore Gigi Proietti - 150 carcerati hanno festeggiato in modo inedito il nuovo anno. Non si è trattato di una festa fine a se stessa, ma di una promessa. Il pranzo si è infatti consumato in quel padiglione che nei prossimi mesi dovrebbero ospitare una nuova attività lavorativa che coinvolgerà almeno un centinai di detenuti. Insomma, far lavorare i detenuti conviene. Sia sul piano sociale sia su quello economico. Sulle pagine di Corriere della Sera, oggi lo spiega molto bene Milena Gabanelli. Che - tra le altre cose - getta uno sguardo all'Europa passando in rassegna gli esempi più virtuosi.

 

 

 

 

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