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Giustizia: secondo la Cassazione la custodia cautelare non si addice ai bulli PDF Stampa
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di Patrizio Gonnella

Italia Oggi, 22 ottobre 2010

Comportarsi da bulli non significa automaticamente essere socialmente pericolosi tanto da meritarsi la carcerazione preventiva. La seconda sezione penale della Corte Suprema di Cassazione con sentenza n. 22286 del 30 settembre 2010 ha sostenuto che non vi sia sempre necessità della custodia cautelare per neutralizzare ragazzi resisi responsabili di odiosi episodi di bullismo.La Corte ha annullato l’ordinanza del Tribunale dei minorenni di Potenza che lo scorso maggio aveva accolto l’appello del Pm contro il provvedimento del Gip contrario alla misura cautelare detentiva.
Il Tribunale potentino, a dire dei giudici della Cassazione, non ha adeguatamente motivato il provvedimento restrittivo. È stato riscontrato un vizio di motivazione apparente. Non sarebbe stata per nulla indagata la possibilità di adottare misure cautelari diverse e meno gravose per i ragazzi imputati.
Si desume dalla sentenza che, ogniqualvolta si tratti di fatti che riguardano minorenni, andrebbe sempre condotta una specifica indagine - nel caso in esame non effettuata - su quali sarebbero gli effetti di altre misure cautelari sull’allontanamento dei ragazzi “bulli” dall’ambiente scolastico e su quale potrebbe essere il pericolo concreto di reiterazione di condotte criminose.
Mandare in galera due ragazzi - seppur violenti e bulli - potrebbe infatti risultare eccessivo. Rinchiudendoli in un istituto penale per minori li si etichetta, e forse li si fa diventare ancora più pericolosi e violenti. Gli episodi di bullismo, si deduce dall’argomentare dei giudici, richiedono una valutazione non solo di politica criminale ma anche di ordine sociale e pedagogico. Valutazioni assenti nelle decisioni dei giudici lucani nonostante essi avessero ammesso che “dopo l’intervento della Polizia il comportamento scolastico dei due indagati era cambiato come rilevato dalla relazione della dirigente scolastica e dagli operatori dell’azienda sanitaria”. Va specificato che il reato di bullismo non esiste. La quinta sezione penale della Corte di Cassazione, due anni addietro, con sentenza n.19070 del 2008 aveva configurato il bullismo come una aggravante per futili motivi che andava ad appesantire la contestazione per il reato di lesioni personali.
Il codice penale prevede numerose fattispecie di reato contestabili a chi si rende responsabile di episodi di bullismo: percosse (art. 581 codice penale), lesioni (art. 582 e seguenti), danneggiamento (art. 635), ingiuria e diffamazione (art. 594 e 595), minaccia (art. 612), molestia o disturbo alle persone (art. 660).
La seconda sezione penale della Cassazione (tra l’altro composta dai giudici Piercamillo Davigo e Giuseppe Bronzini) con la sentenza suggerita dal giudice relatore Domenico Gallo ha giustamente evitato di avallare decisioni giudiziarie che rispondono solo ai bisogni di rassicurazione simbolica della collettività (nel caso in esame della comunità scolastica).
Il collegio giudicante ha inteso dare un segnale di coesione sociale. Contro i peggiori bulli di quartiere deve essere sempre adottata una strategia inclusiva e non stigmatizzante. D’altronde le statistiche confermano che il carcere è un luogo di costruzione della recidiva. Il 70% di chi vi sconta per intero la pena ricommette, all’uscita, un nuovo reato. Le percentuali si abbattono (scendono al 20% circa) per chi, invece, durante la esecuzione della pena usufruisce di misure alternative alla detenzione. Tutto ciò ha un valore ancora più grande quando si parla di ragazzi minorenni per i quali il codice di procedura penale minorile considera il carcere una extrema ratio.
 

 

 

 

 

 

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