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Lettere: i conflitti sociali non si risolvono con la legge penale e con il carcere PDF Stampa
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di Samuele Ciambriello (Antigone Campania)

Roma, 22 ottobre 2010

Ogni anno in Campania seimila ragazzi dai 14 ai 18 anni rinunciando all’obbligo scolastico, ricevono una denuncia penale e amministrativa e molti entrano nelle carceri minorili e nelle comunità di accoglienza. Personalmente credo che una società che giudica un minore e lo metta in carcere sia una società malata che sta giudicando se stessa e la propria malattia. Il tema “la legge è uguale per tutti” è interessante, stimolante e, per certi versi, scandaloso. Presuppone una risposta, una verità che io non ho.
Mi sembra opportuno partire dalle parole di Piero Calamandrei quando dice che “la legge è uguale per tutti” è “una bella frase che rincuora il povero quando la vede scritta sopra la testa di un giudice sulla parete dell’aula giudiziaria. Ma poi quando si accorge che per invocare l’eguaglianza della legge a sua difesa è indispensabile l’aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa, una beffa alla sua miseria”.
Dopo che in Parlamento è stato approvato l’indulto, molti politici si sono dissociati, ma nessuno ha parlato della vera amnistia mascherata: la prescrizione, un’amnistia adatta soprattutto per i ricchi che hanno i soldi per pagare i grandi avvocati. Mai come in questo periodo il carcere attraversa una fase di crisi. Una crisi riconosciuta dallo stesso Governo con la proclamazione a gennaio di quest’anno dello stato di emergenza e da larga parte delle forze politiche. Nel carcere sono oggi presenti quasi 70mila detenuti e la situazione è certo peggiore di quella che quattro anni fa convinse a ricorrere ad un provvedimento di indulto. Il sovraffollamento ha raggiunto livelli mai visti prima, nonostante l’amministrazione penitenziaria si nasconda dietro una fantomatica “capienza penitenziaria di necessità” che non sarebbe ancora stata superata.
Sono diminuiti in questi anni i detenuti condannati a lunghe pene, mentre sono aumentati coloro che scontano pene fino a tre anni di carcere e potrebbero dunque potenzialmente accedere alle misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario.
Facendo mia l’analisi del Centro studi dell’associazione Antigone, mi sembra possibile che si possano individuare tre tipologie di risposte efficaci e “giuste” in tema di giustizia, tre tipologie che chiamerei “a breve termine, a medio e a lungo termine”. Tra le proposte a breve termine, quelle che è possibile adottare immediatamente, vi sono: provvedimenti non normativi volti a incrementare l’utilizzo delle misure alternative esistenti; la costruzione di strutture leggere e aperte da destinare all’espiazione di piccole pene detentive; la diffusione del gratuito patrocinio, spesso sconosciuto ai detenuti stranieri.
Naturalmente tra le proposte a medio termine, non vi può che essere l’abrogazione della legge Fini - Giovanardi sulle dipendenze e della Bossi - Fini sull’immigrazione. Si tratta di due norme che hanno riempito le carceri non di pericolosi mafiosi ma di tossicodipendenti e migranti, a fronte di reati di ridotta gravità sociale. La Fini - Giovanardi è la normativa con il maggior impa tto sul sistema penale e penitenziario, tanto per le condotte che punisce, quanto per il fenomeno che disciplina, ovvero quello delle droghe. Cifre alla mano, dei circa 92.800 detenuti entrati in carcere nel 2008 30.528 erano tossicodipendenti.
Analogo ragionamento sulla Bossi - Fini. Se nel 1998 sono entrati nelle carceri italiane 58.403 detenuti italiani e 28.731 detenuti stranieri, nel 2008 si registrava l’ingresso di 49.801 detenuti italiani e di 43.099 detenuti stranieri. Un cambiamento radicale dunque, dovuto anche alla maggiore discriminazione sociale e penale e penitenziaria a carico degli stranieri. A questo andrebbe aggiunta la modifica alla legge ex - Cirielli, diventata famosa come “legge salva - Previti”, che non ha soltanto ridotto i termini di prescrizione dei reati, ma ha dato nuova forma e contenuto alla figura e contenuto alla figura del “recidivo” e inventato la disciplina del “recidivo reiterato”. Il recidivo è divenuto il principale bersaglio del legislatore. Infine, ma questa, ne sono consapevole, è una proposta che richiede ben altro clima politico, è necessaria una riforma complessiva del codice penale, che recepisca un cambiamento di sistema dell’approccio normativo ai temi delle tossicodipendenze, dell’immigrazione e della recidiva, e che riduca la sfera dell’intervento penale facendo sì che sia extrema ratio e non lo strumento privilegiato nella soluzione dei conflitti sociali. Solo così credo potremmo venir fuori dalla condizione paradossale per la quale il nostro sistema penale poco ha a che vedere con la “Giustizia”. Per parafrasare un celebre verso, che credo dia il senso della fase che attraversiamo: “beato chi ha sete di giustizia, perché sarà giustiziato...”.
 

 

 

 

 

 

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