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Giustizia: quei dubbi sugli "8 euro" di risarcimento che non hanno fondamento PDF Stampa E-mail
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di Michele Passione (Camera Penale di Firenze)

 

Il Garantista, 26 novembre 2014

 

Convegno fiorentino dello scorso fine settimana. Titolo: "Delitti e pena: 250 anni dopo Beccaria. 11 fallimento del carcere". Il tema di una delle sessioni, a cui chi scrive ha avuto il privilegio di prendere parte insieme con Luciano Eusebi, Silvia Cecchi, Gherardo Colombo e Carlo Renoldi, era "Quale pena". Non è dunque inutile interrogarsi, anche sulle pagine di questo giornale, su quale sia lo stato di salute del carcere italiano, dopo i recenti interventi normativi successivi alla sentenza Torreggiani.

Il 24 settembre la Terza sezione della Suprema Corte ha depositato una sentenza, la numero 39159, che stabilisce come "collocare animali (nella specie, delfini) in ambienti inadatti alla loro naturale esistenza, inadeguati dal punto di vista delle dimensioni, della salubrità e delle condizioni tecniche, integra la sottoposizione a comportamenti insopportabili per le caratteristiche etologiche dell'animale, punita dall'articolo 544 ter del Codice penale, in quanto forma di maltrattamento di animali".

Dunque un delitto. E nemmeno la più lieve fattispecie di quelle previste all'articolo 727 del codice, che punisce proprio la "detenzione degli animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze".

Il giorno dopo, con due distinte decisioni, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato irricevibili una serie di ricorsi proposti per violazione dell'articolo 3 della Convenzione da alcuni detenuti in carceri italiane. I giudici di Strasburgo, pronunciatisi all'unanimità, hanno ritenuto (retroattivamente) che non sussistessero le condizioni di ricevibilità dei ricorsi seppur presentati prima dell'entrata in vigore dei nuovi rimedi. Di più. La Corte ha affermato, pur riservandosi la possibilità di riesaminare in futuro l'effettività dei rimedi domestici, che essi possano dar luogo a ristori adeguati per il pregiudizio patito.

Quanto ai rimedi risarcitori, notevolmente inferiori a quelli che la Corte normalmente riconosce, e per di più previsti (come quelli compensativi) in misura fissa, i giudici hanno ritenuto la congruità dello strumento introdotto dal legislatore di urgenza, a condizione che le decisioni dei giudici nazionali siano rapide, motivate, ed eseguite con speditezza.

Così, mentre Strasburgo tira il fiato, restituendo al mittente legittime richieste avanzate da anni dai detenuti, il diritto pretorio si propone, sul punto, con provvedimenti che, lungi dal presentare le caratteristiche di effettività di cui all'articolo 13 della Convenzione, finiscono col creare soluzioni ancor più sconcertanti.

E infatti, accanto a letture costituzionalmente e convenzionalmente orientate (provenienti dagli uffici di Sorveglianza di Padova, Genova, Spoleto, Bologna, Bergamo, Verona), altri magistrati hanno dichiarato inammissibili i ricorsi, ritenendo che il pregiudizio patito debba assumere i caratteri della perdurante gravità ed attualità, sino al momento dello scrutinio.

Sul punto, se è agevole rilevare come il rimedio risarcitorio sia conseguente alla violazione dell'articolo 3 della Cedu (uno dei quattro core rights assolutamente inderogabili previsti dalla Convenzione) nei confronti di soggetti detenuti o internati, e dunque appaia fuorviante, in subiecta materia, la valutazione del pregiudizio (per ipotesi, la tortura, anch'essa riconducibile all'articolo 3) secondo parametri di minor o maggior gravità (non esistono infatti trattamenti inumani e/o degradanti, o peggio ancora torture, che siano "più o meno gravi"), appare evidente come il riferimento al risarcimento per "il richiedente che ha subito il pregiudizio" non possa che tener conto anche di situazioni pregresse, e ciò malgrado un'autorevole dottrina e un magistrato di Sorveglianza di Alessandria abbiano perfino sostenuto, sulla base dell'articolo 11 delle preleggi, che il rimedio di nuovo conio non valga se non dal giorno della pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale (28 giugno 2014).

Non a caso, i reclami continuano ad arrivare negli uffici di Sorveglianza, la cui mole di lavoro, e il tempo occorrente per il disbrigo delle istruttorie richieste, non farà che rallentare le decisioni dei magistrati, con buona pace di quanto richiesto da Strasburgo.

Così, "a causa delle incertezze e lacune del testo normativo, dei gravi contrasti giurisprudenziali, della complessità delle istruttorie e della assoluta inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di cui dispongono gli uffici di Sorveglianza", il comitato esecutivo del Conams (Coordinamento nazionale magistrati di Sorveglianza) lo scorso 13 novembre si è rivolto al ministro, chiedendo (tra l'altro) "l'interpretazione autentica del dettato normativo"(?) "o una sua modifica".

E chiedendo inoltre, questa volta opportunamente, che i rimedi risarcitori siano altrimenti e diversamente fruibili anche per gli ergastolani e gli internati. E allora, posto che una visione moderna e costituzionalmente orientata della pena, nel suo costante dinamismo, impone di assicurare che in ogni momento (legislativo, giurisdizionale ed esecutivo) essa sia espressione del rispetto dei valori fondanti per la quale è stata prevista, emessa ed eseguita, lo stato dell'arte si rivela tutt'affatto consolante.

Vale la pena ricordare in ogni caso come la Corte abbia condannato l'Italia non solo per violazione dello spazio minimo disponibile per ogni detenuto, come invece accaduto nel 2009 con la sentenza Sulejmanovic, ma tenendo conto di un quadro di insieme, che tutt'oggi deve essere considerato. Deve altresì ricordarsi che in questa materia la Corte di Strasburgo ha da tempo affermato che valga la regola inversa al principio dell'affermanti incubit probatio, per l'ovvia ragione che le informazioni necessarie al decidere non sono nella disponibilità del reclamante, ma dell'Amministrazione.

Sarà dunque necessario per noi avvocati continuare a visitare le carceri italiane, co-me ha sempre fatto l'Osservatorio Carcere dell'Ucpi, consentendo l'emersione dello stato dell'arte e proponendo alla politica risposte concrete, frutto della conoscenza della materia e delle circostanze verificate. Se vale l'assunto, un po' abusato, secondo il quale la civiltà di un popolo si misura dalla condizione delle sue carceri, nessuno potrà rendersi complice di nuove ingiustizie.

 

 

 

 

 


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