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Giustizia: riforma della prescrizione, ma non si può stare sotto processo per tutta una vita PDF Stampa E-mail
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di Paolo Moretti (Presidente della Camera Penale di Parma)

 

Il Garantista, 26 novembre 2014

 

Interrompere la prescrizione dopo il rinvio a giudizio o il primo grado, come si ipotizza ora, vuol dire ipotecare a tempo indeterminato il destino della persona imputata.

Le cronache di questi giorni, sull'onda emotiva per la sentenza della Cassazione sul caso Eternit, ci consegnano tante parole in libertà sul tema della "prescrizione". C'è chi, come il premier Renzi, l'ha definita un incubo. Chi ne chiede la totale abolizione. Chi, come il presidente Grasso, ricorda di invocarne da 15 anni la totale riforma.

Chi ritiene si tratti di un male tutto italico prodotto dalla decadenza del nostro Paese (e in particolare dalla cosiddetta legge ex-Cirielli del 2005). Chi ancora dice sia un ignobile espediente nella disponibilità di avvocati azzeccagarbugli per garantire l'impunità ai malandrini. Qualcuno è giustificato dal fatto di ignorare l'argomento; qualcun altro, invece, fa il finto tonto e rincorre gli umori della piazza alla ricerca di facile consenso. Nessuno comunque che voglia affrontare la questione con raziocinio e, se possibile, con un minimo di nozione di causa.

 

I dati parlano

 

Mettiamo allora alcuni punti fermi per sgomberare il campo da equivoci. La dichiarazione di prescrizione nel processo Eternit non ha nulla a che vedere con la morte delle centinaia di vittime. Il reato dichiarato prescritto dalla Cassazione era un disastro ambientale commesso tra gli anni '50 e il 1986 (quasi 30 anni fa!), data di chiusura degli stabilimenti.

Il processo per gli omicidi dolosi conseguenti alla produzione dell'Eternit, il cosiddetto Eternit-bis, deve ancora iniziare. E i reati per i quali è prevista la pena dell'ergastolo sono imprescrittibili. Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, dal 2005 ad oggi, ossia dopo l'entrata in vigore della ex-Cirielli, il numero di prescrizioni si è drasticamente ridotto, passando da 210mila nel 2005 a 110mla nello scorso anno.

Sempre secondo tali dati, quasi il 70% delle prescrizioni si verifica nella fase delle indagini preliminari, ossia prima ancora che un processo abbia inizio, quando il fascicolo è nella totale disponibilità del pm e della polizia giudiziaria, senza che la difesa possa svolgere alcun tipo di interferenza. D'altra parte, anche nel corso del processo, ogni rinvio richiesto dalla difesa per qualsiasi ragione determina per legge la sospensione del termine di prescrizione. Come dire, per la durata del rinvio il tassametro non corre.

Detto questo, non c'è dubbio che ogni processo che si conclude con una dichiarazione di prescrizione sia una sconfitta per la Giustizia. Ciò non di meno, la prescrizione (genericamente intesa) è istituto universalmente previsto da qualsiasi ordinamento fin dai tempi del diritto romano, perché universale è l'esigenza di regolare i rapporti giuridici all'interno di una qualsiasi società in funzione di quella ineludibile coordinata umana che è lo scorrere del tempo.

Decorso un certo numero di anni, ciascuno deve poter essere certo di non dover essere chiamato a rispondere di azioni coniugate al passato remoto. Anche con riferimento all'eventuale commissione di reati, questa è la ragione principale della prescrizione. Certo, possiamo discutere su quanto siano adeguati gli archi temporali

necessari per determinare l'estinzione dei singoli reati, ma questa è cosa diversa dal liquidare il problema affermando in modo rozzo che "chi ha sbagliato deve pagare". In Italia, il termine massimo di prescrizione varia in ragione della gravità del reato: per un "vaffa" è di 7 anni e mezzo; per uno spaccio di stupefacenti è di 25; mentre i reati puniti con l'ergastolo, così come per convenzione internazionale i crimini contro l'umanità, non si prescrivono mai.

Eccezion fatta per questi gravissimi reati, ogni persona deve poter contare sul fatto che, trascorso un certo numero di anni, cala definitivamente il sipario sul passato. Peraltro, in particolare nel settore penale, la funzione della prescrizione non si riduce solo a questo. L'applicazione di una pena, per "retribuire" effettivamente la commissione di un reato e favorire la rieducazione del condannato (come vorrebbe quella che, a ragione, definiamo la Costituzione più bella del mondo), non può intervenire ad una distanza temporale irragionevole dal fatto, perché colpirebbe una persona che, nel frattempo, è divenuta "altra".

Chiunque capisce che punire oggi un cinquantenne per aver guidato senza patente oppure per aver rubato in un supermercato quando aveva 16 anni sarebbe operazione priva di ogni senso. Inoltre, la prescrizione svolge indiscutibilmente anche una funzione di pungolo nei confronti del processo, favorendone la celebrazione in tempi ragionevoli (come pure imporrebbe la nostra Costituzione). Senza la mannaia della prescrizione i processi italiani, che già sono tristemente noti in Europa per la loro intollerabile durata, si trascinerebbero ancora più a lungo.

E poi, quale attendibilità si potrebbe riconoscere a testimonianze su episodi verificatisi magari decenni prima? Come si potrebbe decidere della libertà di una persona sulla scorta dei ricordi annacquati nella memoria dei testi dall'abnorme tempo trascorso? Insomma, il tempo è una dimensione con la quale ogni vicenda umana deve necessariamente misurarsi.

Compito della politica è quello di fornire le coordinate adeguate e i mezzi necessari per la celebrazione dei giudizi, perché lo scandalo non è la prescrizione, ma che un processo possa durare 20 anni. Abolire la prescrizione sarebbe come pensare di potersi curare la febbre buttando via il termometro. Prevederne la sospensione con l'inizio del processo, o anche solo con la pronuncia della sentenza di primo grado, significherebbe ipotecare a tempo indeterminato i destini della persona imputata, lasciandola nella totale incertezza sul proprio futuro. Significherebbe, soprattutto, ignorare la realtà. Perché non si ferma il carro di Kronos.

 

 

 

 

 


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