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Una morte che ci insegna tante cose PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 18 ottobre 2010

 

Graziano Scialpi, giornalista, vignettista, detenuto, è morto anche “di carcere”

Graziano Scialpi, detenuto, è morto giovedì scorso per un tumore, diagnosticato troppo tardi, dopo un anno passato con dolori lancinanti, aspettando di essere portato in ospedale per una risonanza magnetica. Ma in ospedale è arrivato solo quando gli si sono paralizzate le gambe, e ormai c’era poco da fare.

Basta accendere la televisione per essere bombardati ogni giorno da notizie su omicidi in famiglia, dove chi uccide viene descritto come una specie di mostro lucido e spietato. E non a caso, anche oggi che è morto, Graziano Scialpi sulle pagine di molti giornali viene “inchiodato” al suo reato, un omicidio in famiglia appunto, di quelli che riempiono le trasmissioni televisive e le pagine dei giornali. È un reato gravissimo, e nessuno di noi intende minimizzare le sue responsabilità, però Graziano ci ha aiutati a capire che non esistono i mostri, ma uomini che fanno cose mostruose. E capire che potrebbe succedere a ognuno di noi significa sapere che dobbiamo imparare a chiedere aiuto, a essere più umili, a non fidarci troppo della nostra razionalità. Cose che Graziano non è riuscito a fare, ma che ha insegnato a tutti noi. La definizione “Siamo persone, non reati che camminano” è sua. Oltre alle sue vignette, ci ha lasciato un testo straordinario, “Nella testa di un uomo che ha ucciso”, pubblicato nel 2005 su Ristretti Orizzonti, di cui ricordiamo qualche passaggio.

Nella testa di un uomo che ha ucciso

(…) Mi siedo sul materasso e inizio ad aspettare. Non so che ora sia. Ho perso l’orologio quando mi hanno ammanettato. Mentre siedo a testa bassa comincia un viavai di agenti davanti alla porta della cella. Arrivano da soli o a coppie, mi osservano per qualche secondo, bisbigliano qualcosa tra loro e se ne vanno. Non so cosa abbiano detto in televisione, ma sembra che vengano a dare un’occhiata alla “celebrità”. Mi sento come un animale allo zoo, e forse è quello che sono diventato. Certo non sento più di far parte del consorzio umano. Ho oltrepassato una barriera che non consente di tornare indietro.
Chissà che ora è… non devono essere più delle otto di sera. Eppure mi sembrano passati secoli da quando sono uscito di casa questa mattina. Anzi, da quando la persona che ero e che non esiste più è uscita di casa. Quello che mi ha dato il medico mi intontisce, ma non abbastanza. Non so cosa fare, non so come comportarmi. Non ho nemmeno fame, ma prendo la ciotola con il passato di piselli e mangio lentamente. È freddo e insapore, ma devo fare qualcosa, qualsiasi cosa che mi impedisca di mettermi a pensare a quello che è successo, a quello che ho fatto.
C’è solo una cosa sensata a cui posso dedicarmi: devo trovare il modo di portare a termine quello che non sono riuscito a fare quando mi hanno arrestato. Devo riuscire a porre fine a questa situazione che non sono in grado di affrontare. Perlustro la cella con lo sguardo attento di chi ha uno scopo. Niente da fare: è completamente nuda. Non c’è nulla che possa aiutarmi ad uccidere quello che resta di me. Impossibile stracciare la coperta e farne una corda e, anche se fosse possibile, non vedo dove potrei fissarla. Però mi hanno lasciato le calze. Sono lunghe fino al ginocchio e posso ricavarne un cordone robusto. Se ne faccio un anello ritorto da fissare alla spalliera della branda e poi ci faccio passare il collo, sedendomi a terra posso riuscire a strangolarmi. Funzionerebbe, ma ci vuole troppo tempo. Non è come saltare da uno sgabello con un nodo scorsoio che ti spezza le vertebre cervicali. Occorrerebbero parecchi minuti prima di morire, non è certo il modo migliore per farla finita. A preoccuparmi non è la sofferenza fisica e neppure l’eventualità di un ripensamento dell’ultimo secondo, ma il fattore tempo. L’agente che sta di fronte alla porta della mia cella avrebbe tutto il tempo di intervenire..
Appena mi fermo mi riappare davanti agli occhi il corpo di mia cognata riverso a terra in un lago di sangue. Morta. Morta per causa mia. Sono stato io… Ancora stento a crederlo. Mi guardo le mani e non le riconosco, mi sembrano due protesi, due oggetti estranei. È una sensazione sgradevole. Terribilmente sgradevole, nauseante… Ho sempre pensato che l’espressione “si sentiva le mani sporche di sangue” fosse una di quelle frasi fatte abusate a sproposito. Ma quello che provo guardandomi le mani è peggio, molto peggio. È come guardarsi allo specchio e vedere la faccia di uno sconosciuto. Una brutta faccia.. No, è peggio ancora, perché conoscevo le mie mani molto meglio del mio volto. Sono sempre state le mani che ho avuto davanti agli occhi in tutto il fare della mia vita, non la mia faccia. E ora non le riconosco più. Lo specchio è andato in frantumi e mi sembra un’impresa impossibile rimettere insieme i frammenti.
Al momento dell’arresto mi sono puntato la pistola alla tempia e ho tirato il grilletto. Il colpo non è partito, ma lo scatto del cane è risuonato come un gong che ha fatto vibrare fino all’ultima cellula del mio corpo. Un urlo di molecolare e primordiale di incredulità per quello che stavo facendo. Ma non sarà mai il suicidio fallito a turbare i miei sogni. Perché c’è di peggio.
È da poco passato il carrello della terapia e ho appena ingollato una manciata di pastiglie multicolori quando l’agente mi dice che devo andare dal Gip. Quanto è passato dal mio arresto? Un giorno, due giorni, tre giorni? Prima di entrare nell’ufficio del carcere dove si terrà l’udienza mi viene concesso di parlare in privato con l’avvocato d’ufficio. Al termine dell’incontro mi spiega che chiederà gli arresti domiciliari. D’istinto gli dico di non farlo perché sto meglio in prigione. Nel momento in cui l’avvocato mi ha prospettato la possibilità di uscire mi sono reso conto che non potrei tollerare di incontrare la gente, gli amici, i miei genitori. Ho spezzato una vita umana, sono diventato un assassino, ho infranto il più sacro dei tabù: come potrei stare in loro presenza? Il confronto mi distruggerebbe. Il solo pensiero mi annichilisce. No, preferisco il conforto della cella. In prigione mi sento protetto, al sicuro, dagli altri e da me stesso. Se il procuratore sospettasse quanto mi terrorizza la sola idea, chiederebbe la scarcerazione immediata. In questo momento non potrei immaginare una punizione peggiore, meglio la morte…
La storia di Graziano insegna anche altro: che la medicina, dentro e fuori dal carcere, deve ritrovare umanità e capacità di ascolto, due caratteristiche fondamentali sempre, ma forse ancora di più in carcere, dove le persone rinchiuse, quando stanno male, sono veramente, totalmente nelle mani dei medici. Come racconta Elton Kalica,che con Graziano ha condiviso la galera.

Quella di Graziano, la peggiore delle morti, di Elton Kalica

È morto Graziano. Solo poche settimane fa, l’agente di turno della sezione mi aveva raccontato del ricovero urgente di Graziano in ospedale. Un racconto veloce, senza tanti particolari, ma sufficiente per capire che era grave. Il giorno successivo, alcuni assistenti volontari di ritorno dalla visita in ospedale, mi hanno parlato di una persona che ormai non viveva più: paralizzato, sofferente e spaventato. Ma poteva parlare, il che gli aveva permesso di raccontare di quella incommensurabile sofferenza spalmata in circa un anno di attesa per fare una banale risonanza e vedere a cosa era dovuto quel dolore lancinante alla schiena. E aveva raccontato anche episodi di negligenza, in una faticosa intervista a Radio-Radicale.
In un suo brano, Fabrizio De Andrè diceva che “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”. È ovvio che nessuno può immaginare la sofferenza attraverso la quale è passato Graziano, ma conosco il carcere di Padova abbastanza per provare a immaginare cosa significa trovarsi in un carcere sovraffollato, nella sezione che agenti e detenuti considerano la più problematica, in una cella di tre metri per tre, e in compagnia di persone che di guai ne hanno magari già abbastanza per conto loro. Così come conosco bene la sensazione che ti assale quando ti trovi a dover confessare un problema di salute ad un medico convinto che stai simulando e che ti congeda con una battuta di spirito, una specie di pacca sulle spalle a distanza che ti dice “non fare il furbo con me!”. Da subito provi rabbia per non essere ascoltato, creduto, ma terminata la visita devi ritornare in cella, e mentre ti accompagnano lungo il corridoio ti rendi conto di essere impotente, di essere talmente piccolo che anche il tuo dolore, anche la tua richiesta di aiuto spesso rimbalza contro quel muro di gomma che ha la forma di una persona dal camice bianco, e mentre senti il cancello chiudersi dietro la tua schiena, umiliato e offeso ti rassegni alla tua cella, alla tua sofferenza e all’indifferenza del mondo. Mi basta pensare a questo per affermare che Graziano ha potuto vivere la peggiore della morti.
Forse il dolore di un detenuto sarà anche la metà della metà, ma io spero tanto che questa morte cambi un po’ le cose, vorrei che da oggi in poi ogni medico, invece di pensare che il detenuto che avrà di fronte stia simulando, pensasse di avere di fronte Graziano - una persona che ha sofferto più del dovuto per via di questa maledetta paura della simulazione - perché solo mettendosi nei panni di chi soffre, quel medico potrà provare non una metà del dolore, ma il dolore nella sua totalità.

 

 

 

 

 


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