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Torino: la fabbrica dietro le sbarre, dove il tempo messo a frutto diventa produttivo PDF Stampa
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di Renato Rizzo

La Stampa, 18 ottobre 2010

Ha le mani di uno che ha fatto pugilato, non necessariamente su un ring: forti, grandi, il pugno a martello. Potrebbero spezzare senza sforzo il mestolo d’acciaio posato sul tavolo, eppure si muovono, inaspettatamente, caute e delicate mentre sistemano attorno a una torta decori di panna. Il proprietario di queste mani è romeno, si chiama Andrea e ha, da poco, imparato a fare il pasticciere. “Prima di che cosa si occupava?”.
Lui: “Facevo il delinquente”. “Di mestiere?”. “Certo”. Ha finito ieri di scontare 7 anni per spaccio ed è qui, nelle cucine del carcere delle Vallette ad aspettare che la giustizia gli dica quando dovrà tornare in Romania per sciropparsene altrettanti. La galera, l’ha messa a frutto: s’è preso il diploma di scuola media e quello professionale. Adesso è occupato con altri 25 compagni - stipendio 1000-1100 euro al mese - nella cooperativa “Liberamensa” che, oltre a preparare prodotti di gastronomia e pasticceria, realizza catering per cerimonie ed eventi.
Il breve viaggio nella prigione che lavora comincia su queste mani e su una frase: “Il carcere è un ozio senza riposo dove il facile è reso difficile dall’inutile”. Il direttore delle Vallette, Pietro Buffa, fa spesso questa citazione quando parla dell’importanza d’avere un’occupazione dietro le sbarre. E aggiunge: “Le aziende sostengono che il tempo è denaro. Noi siamo una banca del tempo e riattivare questo tempo, indirizzarlo positivamente, è determinante per chi, come i reclusi, ne ha tanto a disposizione”. A inizio estate la Casa Circondariale ha presentato il primo bilancio come polo produttivo: “Nel 2009 il fatturato è stato di 2,5 milioni di euro dei quali 700 mila finiti nelle tasche dei detenuti-lavoratori. E si sta concretizzando il progetto di creare un call-center, l’apertura d’una lavanderia, d’una panetteria e d’una serra produttiva”.
Avete presente le grandi fioriere verdi in legno e le panchine che punteggiano le strade di Torino? Le costruiscono in gran parte qui - insieme a porte, gazebi, tavoli da pic-nic, distribuiti dalla Lombardia al Lazio - 8 detenuti assunti dalla cooperativa Puntoacapo. Agli occhi di chi ha metabolizzato tanti film di Eastwood e Stallone questo laboratorio appare come qualcosa di diverso da una falegnameria: è un’armeria ricca di punteruoli, catene, lime, accette, anticamera perfetta d’una evasione. Clint s’annoierebbe: mai nessun problema sinora, qui.
Poco oltre, un’officina che impegna quattro detenuti seguiti dalla cooperativa Ergonauti: riparano componenti di autobus e tram del Gtt con uno standard qualitativo che raggiunge il 97%. Omar, 29 anni, algerino, è alle Vallette da un anno e uscirà a febbraio 2014: “Guadagno 600 euro al mese, ma la cosa più bella è la certezza che, a fine pena, mi garantiranno un posto “fuori”. Nella città con le sbarre, un aroma che non t’aspetti: il caffè che comprate a Eataly è prodotto qui per Pausacaffè, da 20 persone come Mario che, prima, al di là di questo orizzonte di muri, prediligevano magari un fumo diverso rispetto a quello che s’alza, gentile, dalla tostatrice a legna.
Il viaggio è ancora lungo. Passa dalla montagna di scarpe e tute - 12 mila da agosto a oggi - che i 5 detenuti occupati da Extraliberi controllano, imbustano, personalizzano per la Robe di Kappa in queste stanze di luce a scacchi, ai giovani che operano nella prima cooperativa entrata in un carcere italiano: la Eta Beta in cui si digitalizzano documenti e si producono e-book per aziende. Sotto la macchina da cucire e le abili dita di Rita e delle altre 5 detenute che lavorano per la Papili Factory, feltro, coperte militari, iuta, materiali di recupero diventano borse, portachiavi, lampade, gadget. Occhi duri di donne approdate qui per furti, induzione alla prostituzione, estorsioni.
Gli stessi reati in cui hanno annaspato anche le altre che, nella cooperativa Arione o nell’associazione Casadipinocchio, cuciono bambole Pigotte o creano i pezzi unici per il marchio “Fumne”. Nessuna reclusa racconta se stessa alle compagne se non raramente. L’altro giorno una ha parlato di un sacco di banconote rapinato da un furgone portavalori che, appena aperto, le è esploso in faccia schizzandola di blu. Qualcuna ha riso.
 

 

 

 

 

 

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