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Cagliari: Premio “Carlo Castelli”… quando l’arte letteraria nasce tra le sbarre PDF Stampa
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La Nuova Sardegna, 11 ottobre 2010

È stato l’anno di 41 suicidi in sette mesi nelle carceri italiane e, come succede nel sovraffollato Buoncammino, in tutti Italia i detenuti sono troppi e le stanze che li accolgono troppo poche e troppo piccole. Troppo pochi anche gli agenti di polizia penitenziaria che sono le figure indispensabili per garantire qualunque azione di rieducazione verso la libertà.
Ma nonostante questo, anche nel 2010 i detenuti italiani hanno scritto poesie, pensieri, racconti e romanzi brevi per partecipare al premio letterario Castelli, giunto alla terza edizione. Il 2010 è l’anno di Cagliari per la consegna del premio, che, nel quadro disperato appena citato, porta con sé una grande lezione.
“Mai come in una condizione d’emergenza quale l’attuale - scrive Giancarlo Zizola nell’introduzione del libretto “Sarò Libero”, che riporta le opere premiate - i frammenti, le schegge sparse, i pensieri anche più disperati che il Premio ha raccolto, certificano senza sconti e finzioni retoriche che l’uomo, anche gettato nelle condizioni materiali più brutali, è capace di ritrovare nel profondo del proprio cuore il segreto della sua libertà e recuperare il senso pieno della dignità”.
Ieri nel cortile “dell’ora d’aria” col tappeto di erba sintetica perché a turno i detenuti tre volte la settimana ciascuno giocano a calcetto, sono stati consegnati i tre premi: primo, secondo e terzo, per Antonio Garaffoni, (con “Maroc e Alfonso”), Khoumba Sekou (“Lettera a mio figlio”), Giuseppe Schettin (“Una fetta di pane azzimo”).
Garaffoni ha scritto la storia originale e tenera dell’amicizia tra un detenuto e Alfonso, la macchina usata per lavare per terra. Sekou attraverso la lettera al figlio racconta del suo passato di militante contro il regime militare nella Repubblica del Mali e ribadisce con “un impressionante vigore spirituale” la necessità di lottare per la libertà dell’Africa “che non è solo miseria”, diceva ieri emozionato.
Con “Una fetta di pane azzimo” Schettin, terzo premiato, trasforma la cella di un carcere “nello spazio simbolico di convivenza fra ebrei, cristiani e musulmani”. Dopo le premiazioni si è esibito il coro del carcere di Buoncammino che ha già partecipato a spettacoli fuori dall’istituto. Giovani sardi, ma anche africani e arabi cantano nel coro a tenores con notevole risultato. Presenti le guardie carcerarie, il loro direttore Michela Cangiano, il direttore del carcere Gianfranco Pala, non ha usato parole banali la vicepresidente della Provincia Angela Quaquero, che ha testimoniato sull’interesse della Provincia verso l’istituzione carcere e ha colpito l’intervento del procuratore generale della Repubblica Ettore Angioni.
“Non siete liberi, ma sarete liberi. Non ho mai trovato qui rancore verso chi aveva generato questa vostra condizione mandandovi in carcere. Ho trovato invece la vostra dignità di uomini... e sento un’emozione profonda quando leggo le lettere che molti detenuti mi scrivono per manifestare la loro preoccupazione, le loro ansie... io vi dico: qui, siete in una situazione di provvisorietà. Voi sarete uomini liberi”.
 

 

 

 

 

 

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