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Roma: incontro “Abele difende Caino. Giustizia e misericordia per salvare vittime” PDF Stampa
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Roma Sette, 11 ottobre 2010

L’incontro promosso dalla Caritas dal titolo “Abele difende Caino. Giustizia e misericordia per salvare vittime”. Monsignor Feroci: “Dimostrare carità anche verso i carcerati” di Nicolò Maria Iannello.
“Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Era questo il monito che Giovanni Paolo II lanciava a coloro che dentro di sé coltivavano desideri di vendetta, durante la celebrazione della trentacinquesima Giornata mondiale della pace. Questa esortazione è stata al centro dell’incontro “Abele difende Caino. Giustizia e misericordia per salvare vittime e carnefici”, organizzato dalla Caritas diocesana nell’ambito del progetto “Capitale solidale”, una serie di incontri (dal 4 al 18 ottobre) che mirano a divulgare in città la cultura della solidarietà. Numerosi gli ospiti che si sono alternati a partire dalle 17 di sabato 9 ottobre nella mensa dell’ostello di via Marsala dedicato a don Luigi Di Liegro.
Ad aprire la riflessione è stato monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana. “La prima vera forma di carità non è il dare un piatto di minestra, ma lo sforzo intellettuale che pone al centro dell’attenzione l’uomo. E noi - ha spiegato il direttore - dobbiamo dimostrare carità anche verso i carcerati, perché chi ha commesso un reato ha fatto del male in primis a se stesso”.
Ha quindi portato il suo contributo Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale. “La giustizia è ciò che porta a delimitare il “mio” dal “tuo” ed è nata per evitare che tra gli uomini ci fosse un conflitto perenne”. La sua classica iconografia, ha raccontato il giurista, è quella di una donna bendata, con una spada e una bilancia nelle mani: perché la giustizia non deve guardare in faccia a nessuno, deve essere autoritaria ed equilibrata. Ma, ha continuato, “tutto ciò è spersonalizzante e respinge l’idea di misericordia che trasferisce il senso della questione al “noi”, cioè l’essere insieme”.
Con Angelo Zaccagnino, provveditore alle carceri del Lazio, l’attenzione si è spostata sull’esercizio della misericordia nelle case di detenzione: “Parlare di carità in carcere vuol dire pensare a come reinserire i detenuti nella vita sociale ed evitare che le prigioni diventino magazzini di uomini costretti a una coabitazione forzata e un contenitore delle marginalità, dato che l’85% dei carcerati sono poveri, stranieri e tossici”. Per questo ben vengano “le misure alternative - ha auspicato - che avvicinino il detenuto alla società, come l’affidamento in prova al servizio sociale. Con le misure alternative la recidiva è pari al 20%, contro l’80% delle misure delle misure tradizionali”.
Poi la parola è passata a don Gino Rigoldi, presidente dell’Associazione Comunità Nuova Onlus, da anni cappellano al carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. Davanti a quelli che sono ritenuti dei “mostri” dalla società, don Rigoldi ha una scommessa: “Cercare il loro cuore, valorizzare la loro parte buona e impegnarli”. In questo senso, ha raccontato “abbiamo avviato alcuni progetti con oltre cinquecento aziende che hanno bisogno di personale per farli lavorare”.
Grande silenzio in sala quando a parlare è stato Gaspare Patti, la cui storia famigliare ha occupato qualche anno fa le pagine della cronaca nazionale. È lui stesso a ricordarla: “Il 17 settembre 2007 mio figlio Giacomo è stato ucciso durante una rapina nella sua gioielleria, a Udine; ma già nel 1990 avevo perso un altro dei mie figli, Nicola, in seguito a un incidente”. La morte di Nicola ha cambiato la vita del signor Gaspare, che ha detto “di avere iniziato a cercare Gesù proprio dopo quell’esperienza, che non pensavo potesse accadere proprio a me”. Durante quella ricerca, ha proseguito, “ho capito che anche io sono un uomo che ha ricevuto il perdono”. Così dopo l’assassinio di Giacomo, ha continuato, “ho deciso di scrivere una lettera agli assassini per chiedere loro di costituirsi alla giustizia, nella speranza di poterli incontrare”.
Infine la parola è passata a don Sandro Spriano, cappellano del carcere di Rebibbia, che definisce “rischioso” il titolo dell’evento perché “in esso non si chiede solo di perdonare Caino, ma anche di difenderlo”.
 

 

 

 

 

 

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