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Una storia d'amore "nonostante la galera" PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 25 agosto 2014

 

La storia di T. inizia con una famiglia dove una bambina vede la madre picchiata dal padre e assorbe da subito quella violenza, e diventa a sua volta violenta e insofferente delle regole. Crescendo, trova "riparo" dalla sofferenza nella droga, e finisce per distruggersi del tutto la vita.

E inevitabilmente per lei arriva la galera, perché questo è l'epilogo delle storie che hanno a che fare con la droga: dalla galera non si salva nessuno, anche se tutti continuano a dire che per i tossicodipendenti il carcere non serve, non è la soluzione di nulla. E quella di T. però è una storia anche di speranza, perché T. in carcere durante le ore d'aria è riuscita a conoscere un ragazzo, e lei che viveva "di odio e rabbia" è tornata a sperare in una vita diversa.

Ma il carcere di possibilità di aver cura dei propri affetti ne concede ben poche: ecco perché dalla Casa di reclusione di Padova abbiamo lanciato una campagna per "un po' di amore in più": più telefonate e possibilità di colloqui intimi con i propri cari per le persone detenute, come avviene nelle carceri dei Paesi che davvero possono dirsi civili.

E abbiamo chiesto a uomini e donne reclusi di raccontare che cosa significa per loro cercare di "salvare gli affetti" nonostante la galera. Cominciamo allora con la testimonianza di T.

 

Scelte che rovinano, scelte che ridanno la voglia di vivere

di T. S.

 

Sangue. Ognuno penso abbia il suo primo ricordo dell'infanzia. Il sangue è il mio. Ricordo solo tanto fracasso, oggetti che andavano ad infrangersi contro i muri, poi il silenzio. Mia madre teneva le mani premute contro la bocca, mio padre aveva lo sguardo perso ma consapevole di chi l'aveva fatta grossa, la pozza rossa si allargava ai piedi della "donna ferita", ma si notava qualcosa di bianco sparso qua e la, gli occhi di una bambina spaventata non avevano capito che a causa dell'ultimo colpo che aveva subito la madre non aveva più i denti davanti. Io sono scappata nel letto ad abbracciare il mio fedele orsacchiotto, ero troppo piccola per poter intervenire, per fare qualcosa. Mia madre mi è venuta dietro sicuramente, era più preoccupata per me che per la sua bocca, si è buttata tra le mie braccia, vedevo il sangue scorrermi addosso e mi ricordo che pensai che ormai anche le sue lacrime fossero diventate di sangue. Arrivò anche mio padre, piangeva anche lui e in ginocchio abbracciò le "sue donne"...

Proprio un bel quadretto di una famiglia distrutta. Quello che succede dentro le mura domestiche, la violenza che i bambini sono costretti a "mangiare" e le donne a subire rimane quasi sempre lì, i panni sporchi si lavano in casa a meno che non scappi il morto o meglio la morta. La mia è una storia come tante, anzi sicuramente c'è chi ne ha passate peggio di me, ma io voglio raccontare di me e spero di non annoiare ma soprattutto di non subire giudizi per la scelta sbagliata che quella bambina ha fatto tanti anni fa.

La violenza avrebbe dovuto spaventarmi, contrariarmi, avrei dovuto capire bene il grosso sbaglio di mio padre, ma non andò così. Lui ripeteva sempre che a lavare la testa all'asino si perde acqua e sapone, che in parole povere per me significava che se le persone non capiscono è inutile perdere tempo, mazzate e basta. A scuola un putiferio, quella povera donna di mia madre veniva convocata di continuo, per me le regole le dettavo io ed era all'ordine del giorno aspettare qualcuno fuori per mandarlo a casa fracassato di botte. In quartiere non era diverso, risse, sempre risse, anzi i più piccoli venivano picchiati spesso dai "vecchi", dovevano farsi le ossa. Alla faccia della spina dorsale, siamo arrivati quasi tutti a finire di fracassarci nell'eroina.

I miei quando avevo diciott'anni si sono lasciati, altro che trauma, per me è stata una liberazione, la guerra era finita e così sembrava, ma nessuno ne è uscito vincitore, per tutti e tre è rimasto il sapore amaro della sconfitta, perché nessuno è stato in grado di avere un briciolo di obiettività, nessuno è riuscito a prendere le redini in mano. Mia madre era piena di rancore, mio padre pensava per sé e io, io che ero l'unica che poteva cambiare e cercare di cambiare le cose, mi sono caricata solo di rabbia e frustrazione che ho riversato contro me stessa, contro il mio corpo. Pastiglie, ecstasy, cocaina e discoteca, poi anoressia e bulimia.

Una sera ero in giro per il quartiere e non si trovava niente di niente, ho incontrato un tossico, uno "sbusino" come chiamavo io quei reietti che si bucavano. Non sputare in cielo che in faccia ti torna, ho cominciato anche a bucarmi, sono diventata una "sbusina" anch'io. Per raccontare tutto quello che è successo in 14 anni di tossicodipendenza dovrei scrivere un libro, potrei far "sbregare" dal ridere ma sono sicura anche commuovere, noi drogati siamo vittime ma anche carnefici.

Adesso sono in carcere a scontare i miei errori e oggi, visto che sono anche in isolamento, visto che le regole le schifo anche qua, mi sono messa a riflettere con la mia amica penna. Ho parlato del mio passato forse per non pensare a quanto mi spaventava il futuro. In questo posto dimenticato da Dio, ma anche dalla Giustizia, perché chi non si piega se la deve fare da solo, è successo un miracolo. Io che vivevo di odio e rabbia sono crollata davanti all'uomo che ho sempre sognato, che non pensavo mai e poi mai di poter incontrare, e invece mi sono, ci siamo innamorati davvero.

Viviamo allo stesso numero civico, ci possiamo vedere e parlare poche ore all'aria e nella mia vita non ho mai sentito così vivo dentro di me il bisogno di un piccolo contatto. Siamo esseri umani e ci viene negata la possibilità di scambiarci una carezza, di appoggiare le labbra sulla bocca della persona che ami e che sarà il tuo sposo, per vederci dovremo mettere una firma qua, dicono che è squallido ma io me ne frego e penso solo al giorno che dirò: "Si, lo voglio!" davanti a nostro Signore. Stavo precipitando, Dio mi ha dato gli occhi per scovare una rosa nel deserto.

Però ogni giorno ci troviamo davanti sempre ostacoli. Sembra che il destino stia facendo di tutto pur di dividerci. Renzo e Lucia delle Patrie Galere! Ma come per loro, anche dopo mille peripezie, la storia avrà un lieto fine. Per me lui è come se fosse già mio marito e nessuno in terra può dividere chi è unito in cielo. La vita mi ha insegnato che non succede un male che non ci sia anche del bene, basta avere la pazienza e il coraggio, anche mentre pensi che sia finita, di aprire il tuo cuore. Dopo una vita di scelte sbagliate di droga e galera, adesso sto facendo la scelta giusta. Bambini già ce ne sono e magari ce ne saranno altri che vivranno l'avventura che è crescere nell'amore, nella dolcezza e nella sicurezza che due genitori che si amano possono infondere. Ornella, che è mia amica, mi ha sempre detto di smettere di essere dura con me stessa, di darmi una possibilità. Spero sia felice per me.

 

 

 

 

 


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