Giovedì 06 Agosto 2020
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La terra prigioniera di Bollate dà buoni frutti PDF Stampa E-mail
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Nel carcere dell’hinterland milanese, la cooperativa Cento Venti

trasforma i detenuti in agricoltori rispettosi dell’ambiente.

E, per piazzare i prodotti su un mercato alternativo e attento al sociale,

lancia un appello ai Gas, i Gruppi di acquisto solidale

 

A cura di Marino Occhipinti

 

Cento Venti è una giovanissima cooperativa sociale, costituita nel 2003 da soci esterni, quindi liberi, ma anche da persone detenute. Proprio dentro le mura del carcere di Bollate, periferia nord-ovest di Milano, sono state impiantate una serie di colture. Ma la novità sta nel fatto che i prodotti della terra “reclusa” presto potrebbero finire sulle tavole di chiunque grazie a un canale di vendita molto particolare e improntato alla solidarietà: i Gruppi di acquisto solidale, in gergo Gas. Sono famiglie, molto diffuse in tutta Italia e a Milano, che si uniscono nella spesa per disertare i supermercati e andare a scovare piccoli agricoltori e cooperative che offrono prodotti biologici e ad alto “contenuto etico e ambientale”. L’acquisto in gruppo, oltre a essere divertente, permette di ottenere prezzi più convenienti. Uno degli scopi dei Gas è incoraggiare le piccole cooperative agricole, in particolare quelle che danno lavoro a persone svantaggiate. Ecco perché Cento Venti è a loro che ha lanciato subito un appello. Ed ecco come è iniziata l’attività della cooperativa: ce lo racconta Michele Segreto, biologo e suo presidente.

 

Ci parla della cooperativa Cento Venti, come e quando è nata?

La nostra cooperativa è nata nel maggio 2003 sulla spinta di un progetto che prevedeva l’intervento dell’Amministrazione penitenziaria, della Regione Lombardia e del ministero della Giustizia. Sia chiaro però che siamo del tutto autonomi dagli enti pubblici: loro hanno solo avviato il progetto finanziando le attività iniziali e mettendo in comunicazione tra loro i diversi soggetti interessati.

 

Quanti detenuti coinvolgete nella vostra attività?

Cento Venti ha attualmente sette soci esterni e cinque interni, i detenuti appunto, che dovrebbero diventare quattordici se andranno a buon fine i nostri propositi di ampliamento. Prevediamo infatti, entro breve, di realizzare nuove serre. I detenuti sono regolarmente assunti con uno stipendio di circa 530 euro al mese, l’equivalente della mercede carceraria, ovvero la paga che percepiscono gli altri reclusi addetti ai lavori interni. Abbiamo scelto insieme questa cifra per non creare disparità tra chi lavora in cooperativa e chi per l’Amministrazione penitenziaria, che generalmente prevede paghe più basse.

 

Ma di cosa vi occupate esattamente? E ci sono possibilità, in futuro, che i soci detenuti riescano a lavorare anche fuori dal carcere?

Ci occupiamo prevalentemente della manutenzione del verde del carcere (circa 60 mila metri quadri), produciamo verdure da vendere all’interno della struttura, per lo più al personale, e piante per la realizzazione di spazi verdi esterni. Pensi che lo scorso anno abbiamo prodotto 26mila viole e quest’anno saranno il doppio. Ma per ora, purtroppo, le attività sono solo interne al carcere, vista la carenza di soci che accedono all’articolo 21 (il lavoro all’esterno). Nel corso di quest’anno, comunque, due ex soci sono usciti e, grazie all’esperienza acquisita con noi, uno già lavora presso un vivaista e l’altro ha ripreso l’occupazione che aveva. Tra i nostri obiettivi futuri c’è sicuramente quello di creare una struttura-volano all’esterno, con gestione di aree verdi, in modo da facilitare il reinserimento in ambito lavorativo dei nostri soci una volta tornati liberi o ammessi alle misure alternative.

 

E l’attività di orticoltura, invece, come si svolge?

Abbiamo un pezzo di terra interno al carcere lasciato a nostra disposizione, circa 1.500 metri quadrati, in cui coltiviamo vari tipi di verdure: patate, pomodori, finocchi, insalate, cavoli, carote, melanzane, cetrioli, zucchine… Quest’anno abbiamo cambiato i rapporti quantitativi per rispondere adeguatamente alle richieste, che sono aumentate. Utilizziamo esclusivamente metodi biologici, ossia niente fertilizzanti chimici né antiparassitari. A volte questo produce un certo scoraggiamento nei soci lavoratori, perché vedono crescere le verdure al rallentatore. Le melanzane non diventano gonfie come mongolfiere e le patate hanno una resa bassissima ancora al secondo anno. Come se non bastasse, non possiamo neppure avere una certificazione di produttori biologici a causa della nostra locazione e delle condizioni del terreno: durante la costruzione del carcere, terminata pochi anni fa, è stato massacrato nella sua struttura agricola dal passaggio dei mezzi del cantiere.

 

Eppure riuscite a commercializzate i vostri prodotti. Come fate?

Questa è la parte più complicata. Vendiamo per lo più al personale interno al penitenziario, con grossi limiti posti dal fatto che nella struttura non possono girare soldi tra i detenuti, per cui per ora chi vuole acquistare qualcosa viene segnato su un quaderno e paga a fine mese. Qualche cosa viene venduta anche all’esterno ad alcuni ristoranti da noi contattati, ma vista la produzione ridotta e non ancora stabilizzata, non possiamo pensare di partecipare ad appalti per le forniture di mense, neppure per quella del carcere di Bollate. Però non ci arrendiamo: proprio in questi giorni abbiamo lanciato un appello ai Gruppi di acquisto solidale affinché comprino i nostri prodotti, e abbiamo già ricevuto risposte promettenti.

 

Da parte delle persone detenute avete trovato sufficiente impegno?

Sì, una grande disponibilità. Alcuni sono molto motivati e dimostrano un notevole impegno. Altri per ora tendono ad andare un po’ a rimorchio ma è un comportamento normale: ho notato che servono alcuni mesi per prendere i ritmi giusti.

 

Quali difficoltà avete incontrato, nel corso di questo vostro primo anno di vita?

Le vere difficoltà sono legate ai tempi della struttura carceraria. Nonostante il grande impegno e l’interessamento del direttore del carcere, la dottoressa Lucia Castellano, che su questo progetto ha riversato grandi energie, siamo in ritardo di un anno nella realizzazione delle serre, che permetterebbero l’assunzione di un’altra decina di soci-lavoratori. Poi, ovviamente, anche la semplice entrata in carcere con l’auto per il trasporto di piantine, sementi, terriccio e quant’altro, sottoposta a tutti i controlli di rito, può diventare un momento di una lunghezza esasperante. Ci abbiamo fatto il callo, ma tutto questo, al termine di un lavoro annuale, non può non avere un suo costo in termini di tempo e di risorse.

 

 

 

 

 


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