Domenica 27 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Ai detenuti serve lavoro, non assistenza PDF Stampa E-mail
Condividi


È la convinzione dell’associazione Paideia di Salerno

Che studia progetti per il reinserimento e il recupero sociale

di chi sconta una pena, in una zona ad alto rischio di criminalità organizzata

 

A cura di Marino Occhipinti

 

Tornare a lavorare, dopo aver pagato il proprio debito con la giustizia, è un incentivo a migliorare il proprio stile di vita. A Salerno, il centro polivalente Paideia organizza corsi di orientamento professionale rivolti ai detenuti, in collaborazione con il Progetto Ipotenusa, una realtà formata da associazioni e cooperative sociali che si occupano di accoglienza, socializzazione, formazione, case-famiglia e reinserimento lavorativo. Il progetto curato da Paideia attualmente occupa otto detenuti in esecuzione penale esterna per sei mesi: si chiama Retravailler, ritorno al lavoro. I detenuti sono impegnati in vari ambiti: manutenzione del verde, agricoltura e allevamento, ma anche ambiti più di responsabilità, come la gestione di ristoranti. C’è una prima fase, in cui Paideia dedica un mese all’accoglienza e all’orientamento degli aspiranti lavoratori, sondando le motivazioni. E una seconda fase, curata da Progetto Ipotenusa, più pratica: si mostra il lavoro ai vari candidati e li si affianca nei primi passi. Gli otto borsisti che si sono aggiudicati la possibilità di frequentare i corsi di preparazione al lavoro, frequentano le lezioni con puntualità. In gioco c’è la messa in discussione del loro vecchio stile di vita, del loro passato. Una riflessione non facile ma possibile, secondo Serenella Alois del centro Paideia, che ha risposto alla nostra richiesta di informazioni.

 

Cos’è esattamente il centro Paideia?

L’associazione Paideia è un’agenzia che promuove la ricerca sociale, la formazione e l’aggiornamento dei quadri del volontariato organizzato, del terzo settore, degli amministratori e operatori sociali delle strutture pubbliche. Ci occupiamo anche di consulenza e qualificazione verso politiche sociali innovative. Siamo nati nel 1991 per iniziativa del Movi, il Movimento di volontariato italiano, cui aderiscono molte avanzate esperienze di solidarietà attive nel Paese, e di altri enti e organismi non profit impegnati nel campo dei servizi per persone e famiglie in difficoltà.

 

Quali sono le vostre principali attività?

Dal 1991, Paideia attua progetti e interventi di ricerca sociale, formazione, consulenza e assistenza tecnica su tre aree tematiche: orientamento al lavoro delle fasce deboli, promozione del volontariato e dell’economia sociale e laboratorio culturale sui sistemi di welfare. Presso la sede dell’associazione abbiamo anche uno Sportello di orientamento al lavoro per pianificare e costruire progetti individuali di inserimento socio-lavorativo, attraverso percorsi singoli e di gruppo. Offriamo un sostegno psicosociale e redigiamo un “bilancio delle competenze”, al fine di fare acquisire le necessarie capacità per un’attiva ricerca del lavoro.

 

Come nasce invece il progetto Retravailler?

Da una rete informale di attori pubblici, formata nel 2002: ministero della Giustizia, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Centro di servizio sociale adulti di Salerno e il Centro di formazione professionale della Regione Campania. Oltre a varie componenti del privato sociale. Come associazione Paideia siamo stati i primi, nella provincia di Salerno, a determinare l’area del disagio penale quale area di intervento predominante della nostra azione sociale.

 

Dove si radica il progetto, in quale contesto?

Interveniamo nell’intero territorio della provincia di Salerno, in particolare nell’agro nocerino-sarnese e nella piana del Sele. Si tratta di aree a grave rischio di criminalità organizzata, mentre il territorio metropolitano del capoluogo è toccato in forte misura dal fenomeno della tossicodipendenza e dei reati che ne derivano. Siccome sono quasi nulli gli interventi di prevenzione e riabilitazione messi in campo dagli enti pubblici in questo ambito territoriale, e scarseggiano anche le risorse economiche degli enti locali da destinare a questa tipologia di utenza (arrivano solo sovvenzioni economiche a pioggia), abbiamo ritenuto indispensabile indirizzare le risorse, umane ed economiche, nel campo del reinserimento socio-lavorativo di persone svantaggiate.

 

Ma c’è un preambolo teorico, istituzionale e di politica culturale dal quale scaturisce la vostra iniziativa?

L’applicazione del nuovo Codice penale, ancora ai lavori presso la commissione di studio ministeriale (Commissione Nordio), prevede per alcune forme di reato di convertire la pena detentiva in altre forme di reinserimento sociale: partecipazione ad attività lavorative o iniziative legate in qualche modo al benessere della comunità, che permettano alle persone detenute per pene più lievi di strutturare un vero percorso di riabilitazione sociale. Noi ci stiamo già indirizzando in quel senso.

 

Come centro Paideia partecipate ad altri progetti?

Collegato a Paideia c’è il progetto Ipotenusa, una composita realtà formata da diverse associazioni e cooperative sociali che da anni si occupano di accoglienza, socializzazione, formazione e reinserimento socio-lavorativo di persone con svantaggio sociale attraverso una serie di interventi e servizi. Il progetto Ipotenusa nasce infatti dall’omonima associazione di volontariato, che è anche socio fondatore di Paideia. Attualmente siamo impegnati nella gestione di varie strutture: sette case famiglia, di cui quattro per minori a rischio, una per disabili, due per persone con disturbo mentale. Abbiamo poi un centro socio-educativo per disabili, servizi di assistenza materiale nelle scuole, a Salerno, e di educazione domiciliare a Pontecagnano. Le cooperative sociali di tipo B, invece, quelle che tra gli associati comprendono le stesse persone svantaggiate, incentrano ultimamente il proprio intervento su attività di giardinaggio e manutenzione del verde, gestione di una piccola fattoria con servizi nel campo dell’allevamento, dell’agricoltura e della ristorazione, nonché servizi di grafica ed editoria elettronica.

 

E gli obiettivi primari dell’iniziativa, quali sono?

Creare le condizioni per un reale inserimento lavorativo di persone quasi sempre con bassa scolarità di base e scarse competenze professionali. Tra queste rientrano purtroppo i detenuti, la cui richiesta di accompagnamento passa attraverso la messa in discussione del proprio percorso di vita e la rielaborazione dei propri bisogni ed esigenze. Il mondo lavorativo non si dispone all’accoglienza: è diffidente e pieno di pregiudizi che di fatto escludono nuovamente certe risorse umane che invece sarebbero valorizzabili. Questo ci spinge ancora di più a incoraggiare le realtà territoriali che, in veste di promotrici del volontariato e della cooperazione sociale, hanno da tempo strutturato e sperimentato concrete forme di reinserimento sociale e lavorativo di persone svantaggiate.

 

E con tutto questo lavoro di base quali sono gli esiti ottenuti fin qui?

L’esperienza formativa ha mostrato la validità dello scambio mirato all’apprendimento e alla costruzione di nuovi stili di vita sani e positivi. Tra le persone con le quali siamo venuti in contatto durante il percorso formativo, è emerso il bisogno, dopo la fase di ri-orientamento, di sperimentarsi in attività lavorative, legate non solo al soddisfacimento dei bisogni personali, ma in cui risultasse preminente la relazione e la comunicazione con l’altro. Se l’obiettivo principale di questi percorsi punta a promuovere un cambiamento di vita, fondamentale per un percorso di integrazione socio-lavorativa, è evidente che gli esiti non sono facili da raccogliere se non in tempi medio-lunghi. I progetti dimostrano però che tali percorsi riescono a smuovere e ad attivare una carica motivazionale ed emotiva, un desiderio di cambiamento per il 50 per cento dei destinatari coinvolti. Il resto è tutto affidato da una parte agli stessi destinatari chiamati a interrompere il circuito vizioso dell’assistenza, dall’altra agli stessi interlocutori, istituzionali e non, che hanno messo in moto il processò dell’autovalorizzàzione e non possono interromperlo improvvisamente con la chiusura delle attività progettuali. Nel complesso il grado di soddisfazione dei corsisti è stato alto: hanno gradito la scelta delle aziende cui sono stati assegnati, hanno subito percepito il vantaggio dell’inserimento in ambienti lavorativi disposti all’accoglienza e con personale la cui modalità di relazione prescinde da diffidenze e pregiudizi. Bisogna comunque coniugare i percorsi di reinserimento in società con l’ancora, purtroppo, lontana attenzione del mondo produttivo alle problematiche sociali di reinserimento di persone sfavorite. Le quali, sono convinta, sono sempre portatrici di un valore aggiunto sia in termini di produttività che di relazioni umane.

 

Paideia Onlus, formazione ricerca e consulenza per le politiche sociali

Via V. Graziadei, 3 - 84135 Salerno - Telefono/fax 089482439

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

www.paideiacentroservizi.it

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it