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Lettere: noi detenuti di Brindisi, stretti nelle celle e senza nulla da fare PDF Stampa
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Senza Colonne, 13 settembre 2010

La prima chiamata per godersi un paio di ore d’aria in cortile arriva alle 9. Fino alle 11 (stando alle regole) i detenuti nel carcere di Brindisi socializzano, scherzano, parlano e passeggiano nel cortile interno. E la parentesi fuori dalla cella si ripete dalle 13 alle 15. Poi nient’altro. Solo la cella, i propri hobby, le proprie lettere e le proprie letture. La vita nella struttura di via Appia la racconta un ex detenuto. Un brindisino che tante volte ha varcato in ingresso e in uscita quella porta carraia e ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza della privazione della liberta.
“Il carcere di Brindisi è ben diverso, tanto per cominciare, da quello di Lecce. A Brindisi non vi sono attività che consentano ai detenuti di impegnare il proprio tempo in modo costruttivo. Dopo quelle parentesi in cortile ognuno trascorre il resto della giornata nella propria cella senza, di fatto, poter scandire il trascorrere delle ore con appuntamenti o i impegni da portare a termine”. Il confronto con il carcere di Lecce fa soccombere quello brindisino solo relativamente all’esistenza di laboratori scolastici che permettono ai detenuti di seguire un normalissimo corso di studi. Per il resto il carcere di Lecce presenta tantissime altre difficoltà che a Brindisi non si riscontrano. Il riferimento è, soprattutto, al sovraffollamento e a certi servizi che lì proprio non esistono.
“Nella struttura di via Appia - riprende l’ex detenuto - da qualche tempo c’è l’acqua calda e persino le docce disponibili 24 ore su 24. Un privilegio che altrove non esiste e che serve a mitigare un pochino la pesantezza della reclusione”. Ma il carcere di Brindisi presenta anche peculiarità che sarebbero da imputare proprio alla piccolezza della struttura. “È piccolo e se a questo aggiungiamo l’assoluta mancanza di attività interne si intuisce anche il perché gli agenti penitenziari siano particolarmente concentrati a svolgere la loro mansione in quelle uniche due occasioni in cui si fa qualcosa. E la cosa, a volta, si ripercuote sui detenuti che vedono, magari, ridotto il tempo disponibile per stare all’aria aperta.
L’impressione è che gli agenti non avendo altre circostanze per cui stare dietro ai detenuti diano il massimo proprio in quelle poche attività di controllo”. Tornati in cella alle 15 i detenuti del carcere brindisino organizzano la giornata nei modi più variegati. “C’è chi riposa - prosegue l’ex detenuto brindisino - c’è chi, avendo denaro a disposizione per fare la spesa, inizia a prepararsi la cena. E poi c’è chi magari passa il tempo giocando a carte col compagno di cella e attende il passaggio del carrello per la cena comune che arriva non oltre le 17”.
L’apparente piattezza della quotidianità vissuta da chi è recluso a Brindisi in realtà pare fare a pugni con la denuncia effettuata da un gruppo di detenuti e inviata a Senza Colonne. “Ma io posso capirli - prosegue il testimone - Hanno denunciato una situazione di pressione da parte degli agenti carcerari che è motivata proprio dalla mancanza di attività”.
Le lunghe giornate trascorse in carcere hanno, ogni settimana, un punto fermo: quello della telefonata alle famiglie. “Ogni settimana, per la settimana successiva, i detenuti devono compilare un modulo con quale chiedono di poter parlare al telefono con i famigliari. La chiamata viene effettuata nell’orario indicata dal detenuto e non può superare i cinque minuti.
A Brindisi questa regola è molto ferrea, così come rigide, la prima volta, sono le procedure di indicazione del numero fisso a cui si vuole chiamare. Vengono effettuati, ad esempio, controlli approfonditi sull’intestatario della linea”. I tempi, ovviamente, sono molto cambiati anche in relazione alla condizione di detenuti. “Sono entrato in carcere, per la prima volta, nei primi anni Novanta. La situazione era, comprensibilmente, diversa da quella attuale. Ora, paradossalmente, ci sono comodità che prima non c’erano. Ma questo vale principalmente per il carcere Brindisino che è sicuramente più “vivibile” rispetto a quello leccese”.

Lettera firmata
 

 

 

 

 

 

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