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Immigrazione: le torture nelle carceri libiche, che nessuno deve vedere PDF Stampa
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di Caterina Perniconi

Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2010

Pacche sulle spalle. Viaggi, tende, cavalli, sorrisi. Italia e Libia sono “amiche”. Lo stabilisce un trattato firmato due anni fa. E allora perché a nessun giornalista italiano è concesso di visitare il Paese? La domanda se l’è posta ieri la Federazione nazionale della stampa italiana, alla vigilia di un nuovo incontro romano tra il premier Silvio Berlusconi e il leader libico Gheddafi. La questione aperta è quella della condizione dei migranti nei centri di detenzione, anche alla luce dei dati del Ministero dell’Interno che parlano di una diminuzione degli sbarchi dell’88%. “Berlusconi deve porre con fermezza la questione del libero accesso dei giornalisti in Libia” si legge sulla nota diffusa dalla Fnsi. “Roberto Maroni - spiega il presidente della federazione Roberto Natale - ha detto negli scorsi giorni che con l’accordo italo-libico sono state salvate molte vite, ma si possono avere le prove di ciò solo se si può andare a vedere cosa succede”.
Emblematico è stato il caso avvenuto a luglio dei 245 rifugiati eritrei e somali trasferiti forzatamente dal centro di detenzione di Misurata al centro di Sebha nel sud della Libia, all’interno di container di ferro. Grazie a un telefonino sfuggito alle perquisizioni sono riusciti a mandare messaggi all’esterno, denunciando le gravi condizioni di molti di loro. “Siamo nel sud della Libia -raccontava uno dei rifugiati a Cnrmedia - vicino al confine con il Niger. Siamo in una prigione sotterranea. Ci torturano a tutte le ore. Ci insultano, ci picchiano. La tortura è frequente, tutto è frequente”.
Tra di loro 18 donne e bambini, qualcuno, racconta Cnrmedia, avrebbe tentato il suicidio avvelenandosi col detersivo. “All’informazione - scrive l’Fnsi - deve essere data la possibilità di verificare in autonomia quali siano le conseguenze delle scelte dei governi, tanto più quando esse toccano la vita stessa degli esseri umani e un diritto fondamentale come l’asilo, tutelato dalla nostra Costituzione all’articolo 10.1 giornalisti devono essere messi in grado di accertare, se lo vogliono, in quali condizioni vivano gli uomini e le donne trattenuti in Libia o li riportati dopo i respingimenti in mare pattuiti tra i due governi; se ad essi sia garantito un trattamento dignitoso; se tra di loro ci siano persone che avrebbero diritto a vedersi riconoscere dall’Italia lo status di rifugiati; se alle organizzazioni umanitarie sia consentito di svolgere il loro lavoro”.
Ma non sono solo i giornalisti a restare fuori dal paese. Il 2 giugno, è stata chiusa l’Agenzia dell’Orni peri rifugiati, che è ancora in attesa di un accordo di sede con la Libia. E il direttore del Centro italiano per i rifugiati, Cristopher Hein, ha scritto una lettera a Giorgio Napolitano per denunciare il caso dei migranti eritrei e somali, e la difficoltà di reperire informazioni dal Paese africano. “I rapporti con Gheddafi sono tutt’altro che chiari - dichiara il presidente dei deputati dell’Idv Massimo Donadi - condividiamo l’appello dell’Fnsi e invitiamo il governo a riferire in aula su diverse questioni, a partire dal rispetto dei diritti civili e dei rapporti d’affari tra Berlusconi e il leader libico.
Non possiamo chiudere gli occhi sulla sorte di centinaia di migliaia di migranti. Contrastare l’immigrazione clandestina non significa tollerare morti innocenti. Il rapporto privilegiato col dittatore africano desta preoccupazione e sospetti. Questione posta anche da alcuni deputati di Futuro e libertà”. Infatti sono stati proprio i finiani a sollevare dubbi sulla gestione della politica estera del premier, dalle colonne del sito della fondazione Fare Futuro. “Non ci piace la diplomazia della pacca sulla spalla, degli amici personali - spiega il direttore del periodico, Filippo Rossi - e l’esagerazione estetico-mediatica delle visite di Gheddafi. Si può evitare l’accoglienza in pompa magna, specialmente al leader di un paese non democratico”.
E per la deputata di Fli, Angela Napoli, ci sono anche altri motivi: “L’accoglienza che stiamo per riservare ancora una volta a Gheddafi è del tutto ingiustificabile rispetto alle visite di altri capi di Stato. La costante presenza del leader libico non può non destare sospetti. Non vorrei che ci fossero ulteriori elargizioni di denaro, anche sotto forma di appalti e interessi diversi, per cercare di bloccare il flusso migratorio. In un periodo di crisi internazionale mi sembra offensivo per tutti i cittadini italiani”.
 

 

 

 

 

 

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