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Giustizia: Maniero, ma anche Vallanzasca e Omar; la nuova vita dopo il carcere PDF Stampa
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di Cesare Fiumi

Corriere della Sera, 24 agosto 2010

C’è il pentito di ‘ndrangheta che, trasferito a nord dal programma protezione, esce ogni mattina, puntuale, per andare al lavoro che non ha, ciondolando in giro fino a mezzogiorno, prima di tornare a casa a pranzo. S’è dovuto inventare un mondo parallelo per sostenere, davanti ai tre figli, quella strana verità e poter rispondere alla solita domanda: “Com’è andata oggi, papà?”.
C’è il pentito di mafia sistemato da anni negli Usa (sono quasi trecento i protetti dallo Stato) che vuol riprendersi la vita, e sarebbe la terza stavolta perché domani non è mai come prima. E comunque ora che la paura d’essere ammazzato - lui e i suoi familiari - ormai svapora e quella leggera plastica facciale e gli anni trascorsi han mutato i lineamenti, forse è il caso di rischiare.
E oggi c’è anche Felicino Maniero, 55 anni, già boss della mala del Brenta (quattordici delitti imputati alla sua banda, tra gli anni Ottanta e Novanta, soprattutto sull’asse Venezia-Padova, che ha chiesto di essere iscritto alla lista - avendo fatto molti nomi, mai quello del luogo dove avrebbe nascosto il suo tesoro - alla nuova vita e della nuova identità, scegliendosi per cognome Mori, come il generale dèi carabinieri. Forse per ricordare che proprio da carabinieri erano travestiti i dieci banditi che riuscirono a farlo scappare di prigione, in una delle sue tre evasioni.
Rifarsi una vita dopo averne disfatte. Negli Stati Uniti, in materia, c’è corposissima letteratura e ottima sceneggiatura per fiction e film. Da noi queste storie restano sospese tra il diritto e l’indignazione - i parenti delle vittime che non se non sanno farsene una ragione - e al tempo stesso quasi dei pro-memoria di vicende buie, un tempo emotivamente coinvolgenti, e oggi arrivate all’ultima puntata. Alla seconda occasione di una vita per chi a qualcuno non ne ha lasciata neppure una.
Felice Mori, già Maniero, è soltanto l’ultima puntata del pentitismo da malavita che muta vita, quello che raccoglie il maggior numero di casi e di storie e che ha come incipit quel signore dalla nuova identità - assegnatagli per proteggere le sue parole - che se ne andava tranquillo in crociera ma fu riconosciuto da un giornalista di Oggi: il crocierista era Tommaso Buscetta, il giornalista l’attuale senatore Di Gregorio.
E oggi la teoria delle tristemente celebri identità nascoste - che è l’ossimoro di questo rifarsi la vita dopo il reato - ha in elenco storie come quella di Gaspare Mutolo, già autista di Totò Riina, che è un po’ la faccia artistica del “pentitismo”, visto che la sua, di faccia, al momento non esiste. Non più. Nessuna foto, nessuna indicazione per riconoscere questo signore di mafia con la passione per la pittura. Già, perché Mutolo s’è fatto pittore in galera, prima di finire in galleria e pure venduto bene. E allo stesso filone si possono iscrivere il suo ex compagno di cella Luciano Liggio e quell’altro Luciano, Lutring, mala anni Sessanta di Milano, passato con la massima naturalezza dalle rapine alla tavolozza, con tanto di premi e buoni riscontri di critica. Ha detto Mutolo: “Quando sto davanti a uria tela dimentico di esistere. Non so più chi sono”. Quasi un epitaffio sul passato e un’autocertificazione di identità mutata.
Fin qui, pentitismo malavitoso, mafioso e ‘ndranghetista che si danno una riverniciata. Ma le nuove identità che più lasciano il segno sono quelle che richiamano delitti. E delitti efferati, forse perché si tratta di pentitismo senza tornaconto di Stato, come la scelta di cambiare è personale e mai verificabile. È quanto accaduto, lo scorso marzo, quando Omar Favaro - l’Omar di Erika - è tornato in libertà, a nove anni dall’omicidio della signora Susanna Cassini e del piccolo Gianluca, a Novi Ligure. Omar ha scritto: “Io non provo vergogna di farmi vedere in giro”. E anche: “Ma voglio una nuova vita”.
Farsi vedere in giro: è quello che da un po’ di tempo fanno, a Mon-tecchia di Crosara, accompagnato dagli assistenti sociali, i due complici di Pietro Maso nell’eccidio familiare del ‘91. Ed è quello che fa Ferdinando Carretta che due anni prima sterminò, a Parma, la sua famiglia, prima di fuggire a Londra, confessare la strage, finire assolto per incapacità di intendere e di volere e, oggi, di fare l’impiegato. Come impiegata, a pena scontata, è la signora Doretta Graneris, grafica presso il centro di Don Ciotti a Torino: la donna che nel ‘75 uccise i genitori, i fratello e i nonni materni. Tre storie estreme, scandite da anni e contesti diversi, ma che si portano appresso un senso di destini incompiuti e (ri)consentiti assieme.
E comunque cambiare identità resta, nella maggior parte dei casi, un trapianto sconvolgente. E non solo facciale, i tratti mutati e con lo specchio impietoso che non si lascia guardare mentre cerchi di accettare l’idea d’aver cambiato pelle, la tua. Non è solo questione di vedovanza dal proprio aspetto, ma è quel passato non più concesso a fare la differenza. E non soltanto il proprio. Perché una nuova identità si trascina dietro, a forza, le vite degli altri, mogli e figli, che si chiudono dietro per sempre affetti, amicizie, percorsi di studi: all’orizzonte un innesto complicato, delicato. A volte impossibile, che il rigetto è sempre in agguato.
Si chiamava Elena e aveva diciotto anni quando il padre decise di cominciare a collaborare e lei dovette svanire, cambiare abitudini, città, vita e far scordare il suo nome, quello vero. E ne aveva trenta, quattro anni fa, quando, complice un amore finito male ma pure quell’identità sempre e comunque da celare, decise di farla finita. Oggi si sarebbe potuta chiamare Elena Mori. Era la figlia di Felice Maniero.
 

 

 

 

 

 

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