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Giustizia: dietro le sbarre un inferno ignorato... cosa deve succedere ancora perché qualcosa cambi? PDF Stampa
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di Eugenio Manca

Il Salvagente, 23 luglio 2010

Una condizione subumana, che non cambia né dopo i molti suicidi né dopo le condanne europee, che in qualche caso si può definire tortura. Dunque, che cosa deve succedere ancora nelle carceri italiane? A quanti gradi deve arrivare la temperatura, e di quanto deve ingrossare l’esercito dei dannati, prima che si dichiari che quello e non altro è l’inferno? E quanti suicidi si debbono enumerare (l’ultimo, il trentottesimo di quest’anno, si è verificato oggi a Catania) prima di ammettere che il carcere non è solo un luogo di pena ma un luogo di morte? Quali rivolte, quale karakiri collettivo, quali sanguinosi ammutinamenti di massa si attendono, prima che uno Stato degno di questo nome riconosca che si è toccato il fondo e che non è più tollerabile il suo ruolo di aguzzino?
Perché - stiamone certi - è così che avverrà. Anzi già avviene, nella generale distrazione estiva. Il Consiglio d’Europa ha detto più volte che lo spazio minimo cui un detenuto ha diritto in cella è di 7 metri quadri. Di meno, la detenzione equivale alla tortura. Sapete quanto spazio ha un detenuto nelle carceri italiane? Due metri quadri! Sissignore, due metri, la metà della metà! Stanno uno sull’altro, forzosamente stesi nei letti a castello, in celle comunemente definite “loculi”. Senza spazio, aria, luce, in una promiscuità avvilente e un puzzo insopportabile di sudore, di latrina, di scarpe vecchie, di cibi guasti. Dio, in libertà cerchiamo l’ombra di un albero, una fontana, un angolo silenzioso ove ripararci... Ma in una cella rovente e affollata, piena di corpi e di voci, di bestemmie e di grugniti, di rimorsi e speranze, dove si è costretti 24 ore su 24 ed è in forse persino l’ora d’aria, ebbene che cosa mai si può cercare?
fuorilegge. Teniamole impresse queste cifre: per scaramanzia, se vogliamo; per sollecitudine umana, se ne siamo capaci; o solo perché - come avvertiva Terenzio duemila anni fa - “nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. I posti disponibili nelle carceri italiane sono 43mila. I detenuti sono invece 68mila, una e volta e mezzo le capacità d’accoglienza. A fine anno si prevede che la cifra salirà a 73mila. Da noi l’indice di utilizzo carcerario è del 157%; in Europa la media è del 96%. Il disastro è ovunque: a Bologna su 452 posti disponibili ci sono 1.158 detenuti. A Napoli Poggioreale sono 2.710 su 1.347 posti. A Milano San Vittore sono 900 su 712. A Pistoia 140 su 74 posti. Nel carcere romano di Regina Coeli sono 1.073 contro 640 posti; al piano terra lo spazio di una cella di 6 mq, servizi esclusi, è conteso da tre persone; al primo piano, in una cella da 18 mq, si accalcano in sei, tre letti a castello a destra, tre a sinistra. Spesso si dorme in terra tra oggetti personali ammucchiati, ci si calpesta passando, si litiga per il fornello, per il trogolo, per il cesso.
E questo clima stagionale - superfluo dirlo - esaspera tutti i problemi: sale il numero dei detenuti ma si assottiglia quello del personale di custodia, più precaria si fa l’assistenza sanitaria, rischia di svanire ogni sostegno psicologico, essenziale quando - rilevano gli osservatori - intervengono eventi traumatici come malattie, separazioni matrimoniali, condanne definitive: “Garantiamo per quanto possiamo, ma non possiamo escludere il rischio di un crollo psicofisico”.
Le associazioni “Antigone”, “A buon diritto” e “Carta”, che raggruppano i più attenti osservatori della condizione carceraria, al termine di una ricognizione svolta in 15 istituti penitenziari lanciano un allarme: “Le carceri sono fuori legge! Quasi niente è come dovrebbe essere, funziona come dovrebbe funzionare, rispetta il dettato delle norme che dovrebbero regolare la vita penitenziaria”. Insomma, nel mondo di “fuori” chi non rispetta la legge viene messo dentro. Ma chi mette dentro le istituzioni inadempienti? È trascorso quasi un anno dalla sentenza della Corte europea dei Diritti umani che ha condannato l’Italia per aver detenuto persone in meno di tre metri quadri. Una violazione dell’art. 3 della Convenzione europea, che configura ipotesi di tortura o trattamento inumano o degradante. “Oggi la situazione è peggiore di allora”.
Se poi apriamo la porta del manicomio giudiziario, l’orrore annichilisce. Ignazio Marino, senatore e presidente di una commissione parlamentare di inchiesta, ha visto così i detenuti “pazzi” del Messinese: uomini nudi, sedati, volti coperti dal lenzuolo, legati polsi e caviglie agli assi metallici del letto, un buco nella rete per feci e urine a caduta libera in una pozzetta sul pavimento. Nei bagni, bottiglie d’acqua calate nello sciacquone del water in una illusione di frescura. Celle luride, lenzuola lerce e intrise di escrementi, contenzioni interminabili, “incuria disumana”, terapie psichiatriche obsolete per mancanza di fondi.
Sono detenuti, sono malati, ma sono persone affidate allo Stato, e delle quali lo Stato è responsabile. Perché nei loro confronti una pena supplementare? Perché una vendetta? Perché la tortura, peraltro esclusa dal nostro ordinamento? Al ministro della Giustizia Alfano c’è da domandare se non debba provare vergogna un governo che lascia i penitenziari in questa condizione subumana. E al ministro per la Salute Fazio se non trovi un tantino risibili le sue preoccupazioni circa i microbi veicolati dalle cravatte davanti ai letti di contenzione di Barcellona Pozzo di Gotto.
 

 

 

 

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