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Napoli: a Poggioreale i detenuti sono quasi tremila; la Uil-Pa "potrebbe scoppiare la rivolta" PDF Stampa
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di Silvia D’Onghia

Il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2010

A guardarlo da fuori, il carcere di Poggioreale, sembra un enorme cane che si morde la coda. Immobile, appesantito, malandato all’esterno; sovraffollato, caotico, in perenne tensione all’interno. In realtà è una bomba pronta ad esplodere, forse la prima di quella che si annuncia essere un’estate ad altissimo rischio rivolte in tutta Italia. Ieri il Fatto ha pubblicato la lettera inviata a Radio Radicale da 650 detenuti anonimi dell’istituto partenopeo, in cui si denunciano maltrattamenti, lunghi tempi di attesa per le cure, colloqui più brevi del previsto, e in generale un atteggiamento intimidatorio da parte della polizia penitenziaria.
Per capire cosa accade a Poggioreale bisogna partire dai numeri: i detenuti sono 2.780, a fronte di una capienza massima di 1.400 posti. Il doppio. Ci sono celle in cui vivono per 22 ore al giorno otto persone, spesso costrette ad arrampicarsi fino ai terzo piano del letto a castello per poter dormire. L’organico di polizia è di 720 unità, con una scopertura del 25 per cento secondo i sindacati. Rapporto numerico che fa venire i brividi se si pensa che, di notte, ci sono appena 35 agenti per tutti i 2.780 detenuti. ‘‘Tenendo conto che, tra i poliziotti, ci sono anche gli addetti alla portineria e all’ufficio matricole, arriviamo ad avere un rapporto di uno a 300 - spiega Eugenio Sarno, segretario generale della Uilpa penitenziari - In queste condizioni, purtroppo, gli interventi sono spesso tardivi.
Per esempio, se io ho (a fortuna di sentire uno sgabello che cade, il chiaro segnale di un suicidio, significa che sono lì vicino e posso correre e magari, dopo aver aperto qualche porta, riesco a salvare una vita. Ma se non Io sento, non ci sono speranze Questo dai detenuti è letto come un ingiustificato allungamento dei tempi di soccorso”.
Le persone che hanno scritto la lettera hanno raccontato anche un episodio avvenuto l’11 giugno: un detenuto malato di cuore si è sentito male dopo i colloqui, mentre era stipato con altri 39 in una stanza di 10 metri quadri. Secondo il racconto dei suoi compagni, più volte e inutilmente sarebbero stati chiamati i soccorsi, fino a quando l’uomo ha cominciato a sbattere la testa contro la cella, provocandosi delle lesioni.
“Se un agente, che porta mazzi di chiavi da tre chili, deve attraversare sette porte, non possono permettersi di dire che non voleva intervenire. Il fatto che la lettera sia arrivata a Radio Radicale significa poi che non c’è censura né filtro, come invece a volte viene detto”. Più che un istituto per la rieducazione degli individui sembra il campo di battaglia di una guerra tra poveri. “In tutto il carcere ci sono appena l4 educatori - denuncia Dario Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone a Napoli - i due terzi circa dei detenuti sono in attesa di giudizio, ogni giorno entrano moltissime persone, che poi magari vengono subito trasferite”.
Esistono problemi igienici, così come è grave l’assistenza sanitaria: “In alcuni reparti c’è una doccia nel piano e non all’interno di ogni cella - prosegue Dell’Aquila - questo significa che ci si lava una volta alla settimana. Va peggio a chi deve sottoporsi ad una visita specialistica, che spesso deve aspettare troppo tempo”. Poggioreale ha una popolazione detenuta un po’ differente dagli alni istituti italiani: gli stranieri, secondo Antigone, sono soltanto il 15 per cento del totale contro il 30% della media nazionale), quasi tutti invece sono cittadini campani, che sono dentro magari per piccolo spaccio o per il furto d’auto.
Esiste poi un enorme problema per i colloqui con i familiari, ¦ proprio come denunciano i detenuti. Chi ha voglia di farsi un giro, troverà già all’alba decine di persone in fila per entrare in carcere. “Ci avviamo però alla fine dell’indecenza - spiega Sarno - il dipartimento ha finanziato con un milione e 400 mila euro la realizzazione di una nuova area per i colloqui. La gara sì sta svolgendo in questi giorni e forse già fra un anno avremo una situazione diversa: tutto sarà informatizzato, anche le registrazioni. Questo porterà a uno snellimento dei tempi e ad una maggiore sicurezza, per esempio rispetto a quello che entra in carcere”. Sarno teme che la lettera dei detenuti, “come storicamente è avvenuto”, preluda a una rivolta, magari proprio contro quella maggiore sicurezza. Ipotesi che le associazioni rimandano al mittente. “Si continua a man-dare dentro la gente pensando che il carcere significhi sicurez-za, ma è esattamente il contrario”, commenta amareggiata Ornella Favero di Ristretti Orizzonti.
L’estate in carcere è ancora più calda. “A Padova non hanno neanche più i materassi”, prosegue Favero; a Genova da sei giorni ci sono proteste ininterrotte, fa sapere la Uil. All’Ucciardone (Palermo) i detenuti della settima sezione fanno una colletta per ristrutturare i bagni. In questa polveriera il piano carceri del ministro Alfano non esiste più: non c’è neanche più la copertura economica per assumere duemila agenti in più della polizia penitenziaria, figuriamoci se si trovano i soldi per costruire 47 nuovi padiglioni entro la fine dell’anno. I 68mila detenuti non interessano a nessuno e, soprattutto, non hanno ancora cominciato a fare paura.
 

 

 

 

 

 

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