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Catania: morì in carcere a 19 anni; la madre vuole riaprire il caso “non si è suicidato” PDF Stampa
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La Sicilia, 21 giugno 2010

È morto in carcere a Catania quattro giorni dopo il fermo per una rapina in una tabaccheria del suo paese, Biancavilla. Il decesso di Carmelo Castro è stato catalogato come suicidio. Ma la madre a un anno dalla morte del figlio, 19 anni, continua a non crederci, rifiuta il suicidio e sostiene: “Mio figlio era sottoposto al regime di sorveglianza massima: perché nessuno si è accorto di nulla?”. Carmelo Castro era incensurato ed è morto nella cella numero 9 del carcere catanese di piazza Lanza il 28 marzo dello scorso anno. L’autopsia ha stabilito che “la morte è avvenuta per asfissia da impiccamento”: il giovane avrebbe attaccato il lenzuolo allo spigolo della branda e si sarebbe lasciato morire. Il pm è convinto che si tratti di un suicidio e ha proposto l’archiviazione del caso. Ma i familiari non ci stanno e chiedono la riapertura delle indagini, allargando gli accertamenti a quel che è avvenuto prima che Carmelo entrasse in carcere.
La vicenda è anche finita in Parlamento con due interrogazioni dei senatori Fleres (Pdl) e Casson (Pd). E ora si attende la decisione del gip, che dovrebbe arrivare da un giorno all’altro.”Non può finire così - dice la madre Grazia La Venia -, non è stato un suicidio”. La donna ritiene che il figlio sia stato pestato e, a riprova, mostra la foto segnaletica diffusa dopo il fermo. “Forse lo hanno ripulito - accusa, - ma si vede comunque un livido sopra l’occhio sinistro e il labbro gonfio, oltre all’orecchino strappato”.
Le accuse sono rivolte ai carabinieri: “Lo hanno trattenuto in caserma un intero pomeriggio e io da sotto lo sentivo piangere e gridare. Poi ho anche trovato delle strane macchie, che secondo me sono sangue, sulle scarpe e il giubbotto che indossava”. Quanto al suicidio, “Carmelo - spiega - non era in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe. Anche se aveva 19 anni era ancora un bambino. Come poteva attaccare un lenzuolo per impiccarsi?”.
Più cauto l’avvocato Vito Pirrone che nell’istanza presentata al gip non azzarda nulla su quel che è avvenuto fuori dal carcere ma si limita a chiedere l’acquisizione della foto segnaletica. Si dilunga invece sulle “molte incongruenze nella ricostruzione dei fatti”. Una per tutte: per il trasporto del ragazzo in ospedale venne utilizzata una normale auto di servizio. Il suicidio sarebbe avvenuto alle 12.30 del 28 marzo e l’autopsia ha accertato “la presenza nello stomaco di abbondante quantità di cibo non digerito”. A parte il fatto che è un po’ strano fare un pasto abbondante prima di suicidarsi, il legale vuole “accertare a che ora è stato distribuito il pasto e i nomi dei detenuti-lavoranti che lo hanno distribuito”.
In attesa della decisione del gip la madre di Carmelo Castro quella foto segnaletica del figlio se l’è fatta stampare su una medaglietta che porta al collo. “Lo tengo sempre con me - dice piangendo -, non credo che sia morto e sto ancora aspettando che me lo riportino a casa”.
 

 

 

 

 

 

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