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Giustizia: detenuti “in attesa di suicidio”, tragedie senza fine di cui non importa niente a nessuno PDF Stampa
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di Cesare Fiumi

Sette - Corriere della Sera, 17 giugno 2010

Ventinove detenuti si sono tolti la vita, nel 2010, nelle carceri italiane. E non è finita: 45 i tentativi sventati e 96 gli agenti aggrediti o feriti. Da Pierpaolo che ha inalato gas ad Alessandro che s e impiccato: una teoria di disperazioni in una realtà quasi al collasso. Forse, quando leggerete questa storia, il numero non sarà più lo stesso. E qualcun altro avrà detto basta, dopo aver legato, uno all’altro, i lacci delle scarpe o due asciugamani; oppure dopo aver annusato il conte nuto di una bomboletta, in modo che il gas lo congedi dal mondo senza farlo soffrire.
Il primo, il numero 1, si chiamava Pierpaolo e aveva 39 anni. Se n’è andato sabato 2 gennaio, dal carcere di Altamura, dove c’erano 90 detenuti anziché i 52 previsti: per suicidarsi ha scelto la bomboletta. Il numero 29, invece, ha detto addio alla vita il 6 giugno scorso. Si chiamava Alessandro, aveva 34 anni ed era dentro per rapina. Aveva ancora un anno e mezzo da scontare nel carcere di Fuorni, ma ha deciso di anticipare, impiccandosi con un lenzuolo. Sono loro l’alfa e l’omega (provvisoria) dei detenuti che si son tolti, nel 2010, la vita. In media con la cifra tragicamente record dell’anno passato: 72.
Storie che la cronaca contabilizza al numeratore della statistica, per descrivere lo sfascio penitenziario italiano, un vulcano pronto a eruttare il disagio in maniera clamorosa. Ma, innanzitutto, storie di uomini che - macchiatisi di colpa, a giudizio della legge - non dovevano contemplare comunque quel finale e che, se resta un dito di pietà, fanno star male. Come quella di Giuseppe, il numero 13 di questa lista disgraziata. Aveva 35 anni, era dentro al Due Palazzi di Padova e ha scelto il lenzuolo appeso alle sbarre. Urlava ogni notte dalla sua cella di isolamento, ha raccontato un altro detenuto. C’era chi lo malediceva e chi non se ne curava, finché la notte del 9 marzo, Giuseppe ha taciuto per sempre.
O come quella del numero 8, X.Y., detenuto tunisino, 27 anni, arrestato per spaccio a Brescia, anche lui morto impiccato. Frequentava i corsi organizzati in prigione e “apparentemente non sembrava depresso”, ma poi, quando leggi le cifre di quel carcere - capienza: 206 detenuti, presenti 510 - qualcosa ti spieghi. E le cifre comunicate da Franco Ionta, capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, stanno lì a confermare: in Italia, al 14 maggio, c’erano 67.593 detenuti a fronte di 44.218 posti. Ben oltre il limite di tollerabilità, raccontano queste storie, che però sfiorano appena la pubblica opinione. “Se erano in carcere, un motivo ci doveva essere”, risponde sempre più spesso l’italiano medio, sufficientemente incattivito per non curarsi di difendere il diritto, anche di un carcerato, a scontare, nei modi previsti, la pena, visto che quella di morte non è contemplata dalla Costituzione e neppure da un’elementare dimestichezza con i diritti umani. “Se erano in carcere, un motivo ci doveva essere”? Sicuro, ma non si capisce perché questo dovrebbe essere un buon motivo per morirci, lì dentro. Che la catastrofe carceraria italiana non sta solo nei 29 detenuti suicidatisi fin qui, ma anche nei 45 tentativi sventati e nei 96 agenti penitenziari aggrediti e feriti (più sei tra medici e infermieri).
Perché, in condizione a volte animalesca, vivono i detenuti ma pure gli operatori, in un accatastarsi di disperazione e depressione che, alla faccia di Beccaria e della nostra Costituzione, evidenzia il persistente lato afflittivo della pena, finendo spesso per mettere in mora quello rieducativo. Va bene che se il Paese non gode di grande salute, non si capisce perché le carceri dovrebbero stare meglio di lui, ma è la ferocia del “tanto era dentro”, davanti a questa spoon river della detenzione, a sconcertare.
Non è solo questione di disinteresse, di teste voltate dall’altra parte, ma di un compiacimento che questo Paese, fino a un po’ di tempo fa, non conosceva. Ma a forza di vellicare il lato peggiore, si finisce per infettare l’intero perimetro, elevando a sua misura una recinzione forcaiola, dentro la quale: a chi muore, gli sta bene. Fatto salvo che in galera non finisca troppo a lungo - o addirittura suicida - qualche bianco colletto, che allora “le inaccettabili condizioni di vita” tornano a farsi sentire, accompagnate da “giusta indignazione”.
Ma non è il caso di queste povere storie, che i 29 numeri estratti fin qui dalla disperazione erano tutta gente da reato, grave o gravissimo che fosse, con a fianco il solo avvocato difensore, e neanche tanto. Tragedie - perché è quello che sono - che nessuno si fila. Perché, come dicono certi commenti: con l’attuale sovraffollamento carcerario non è il caso di stare troppo a sottilizzare.
 

 

 

 

 

 

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