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Stare chiusi in galera costa un occhio della testa PDF Stampa
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di Rita Bernardini


Il Riformista, 14 gennaio 2022

 

Ho ricevuto due lettere che hanno in comune una cosa: entrambi i detenuti che mi scrivono hanno perso l'uso dell'occhio sinistro. Per uno di loro il grave ritardo nel ricovero ha fatto la differenza. Due lettere dal carcere con un unico comune denominatore.

Tutti e due i detenuti hanno perso l'occhio sinistro. Uno ha paura di perdere anche quello destro, l'altro chiede di essere trasferito in un centro clinico penitenziario perché dopo mesi non si è ancora venuti a capo della malattia "rara" che lo colpisce. Personalmente sono sommersa dalle disperate segnalazioni che arrivano da tutta Italia e così immagino lo siano tutti coloro che si occupano di carcere, a partire dai garanti e dalle associazioni. La diffusione del Covid ha aggravato all'inverosimile le condizioni di detenzione strutturalmente "fuorilegge" da decenni. Da qui lo sciopero della fame che ho ripreso e che coinvolge decine di persone; da qui l'essere speranza: per se stessi e per gli altri.

F.G. è un quarantunenne ed è in carcere per scontare 2 anni e 8 mesi. Nel settembre 2019, mentre era detenuto nel carcere di Lecce, avverte l'area sanitaria di avere un occhio gonfio e molto arrossato. Dopo 37 giorni, arriva l'oculista che gli fa la diagnosi: "congiuntivite", e gli prescrive un collirio al cortisone. Prende le prime due gocce e la mattina dopo da quell'occhio non ci vede più. Il detenuto chiede di essere portato in ospedale, ma ciò avviene solo dopo 17 giorni grazie alla protesta dei compagni di cella e a una dottoressa del carcere che si impietosisce. I medici dell'Ospedale Vito Fazzi di Lecce si arrabbiano: nell'occhio era finita una piccola scheggia che aveva provocato un piccolo foro: bastava andare subito in ospedale per toglierla e, invece, con il ritardato ricovero e con il cortisone prescritto, quel piccolo foro è diventato molto ampio provocando un ascesso corneale.

All'ospedale di Lecce il detenuto rimane ricoverato per due mesi, con i medici che fanno di tutto per salvargli l'occhio, ma l'impresa appare impossibile. A dicembre gli viene sospesa la pena e lui può andare da "libero" al policlinico di Bari e successivamente al Careggi di Firenze per tentare un trapianto di cornea. Poi arriva il Covid, il detenuto ritorna in carcere e ora si trova ad Ascoli Piceno.

Avrebbe bisogno di un monitoraggio costante (impossibile in carcere) perché l'occhio è ancora infetto e può coinvolgere l'altro dove gli mancano già 4 gradi e mezzo. Mi scrive "vivo con ansia e paura di diventare completamente cieco". Il giudice gli ha concesso i domiciliari per potersi curare, ma il suo problema è che non ha una casa, un posto dove andare e chiede aiuto alle istituzioni. "Vi prego aiutatemi, sono solo senza genitori, non ho nessuno."

G.M. è un ex tossicodipendente di 34 anni e come molti è in carcere (a Pavia) per scontare una condanna di 5 anni e mezzo per reati legati alla sua condizione di dipendenza da sostanze vietate. Mi scrive: "incoscientemente facevo reati per drogarmi e così ho lasciato a casa moglie e figlio di tre anni. È da due anni che sono in carcere e in tutta la mia vita sono stato detenuto per circa 11 anni. Oggi ho capito i miei errori e ho deciso di cambiare radicalmente la mia vita perché amo mia moglie e il mio bambino. Mi sono anche avvicinato alla Chiesa e prego spesso Dio che stia vicino a me e ai miei cari.

Purtroppo, tutte queste preghiere non sono bastate e mi sta capitando una sorta di castigo divino e questa è la ragione per cui le scrivo sperando in un suo aiuto. La mattina del 18 ottobre 2021 mi sono svegliato e ho scoperto che non ci vedevo più dall'occhio sinistro. Sono stato subito portato al Pronto Soccorso e, da quel giorno, è iniziato il mio calvario. Sono afflitto da una malattia rara che nessuno sa cosa sia: l'unica certezza è una lesione del nervo ottico che mi ha portato alla completa cecità dell'occhio sinistro, dolori muscolari diffusi, forti mal di testa e perdita frequente di sangue dal naso.

Il Dirigente sanitario del carcere afferma che quello che mi sta capitando è anomalo alla mia età e pertanto mi sta sottoponendo a vari esami. La stessa comprensione che ho trovato nel dirigente sanitario e nel personale penitenziario spesso non la riscontro però nei medici di turno e negli infermieri che tardano nei soccorsi nei casi di emergenza. Uno di questi, un medico, un giorno mi ha detto "venite in galera e state male, poi una volta fuori state tutti bene!". Ma ti rendi conto?

Eppure, sa che ho perso un occhio e solo da un anno sono uscito da una forte depressione che mi ha portato più volte a tentare il suicidio". G.M. racconta poi dettagliatamente tutti gli episodi che gli sono accaduti con tanto di date e chiede aiuto perché a Pavia, nel carcere, non sono in grado di curarlo. "Mi può stare anche bene rimanere in carcere, ma almeno mi trasferiscano in un centro clinico! Qui a Pavia ti fanno morire e ne ho visti qui morire o stare molto male, qui è una vera valle di lacrime..."

 

 

 

 

 

 

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