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Sul carcere, un muro di gomma. Non so più come parlarne. Troppa la voglia di dimenticare PDF Stampa
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di Roberto Saviano


Corriere della Sera, 14 gennaio 2022

 

Non più edilizia carceraria, ma meno detenuti. Non l'introduzione di nuovi reati o l'inasprimento delle pene per quelli già esistenti, ma educazione alla responsabilità. Oggi, più che in ogni altro momento della storia, chi fa informazione ha una responsabilità enorme, quella di ragionare insieme a chi legge; quella di non cedere alla scorciatoia del generare panico, dell'accrescere la preoccupazione per rendere il proprio ruolo "fondamentale".

Chi fa informazione fa servizio pubblico anche se per conto di un privato e non gli è richiesta tanto oggettività, ma un'opinione espressa con conoscenza, con cognizione di causa e - si spera - anche con onestà. Non sono molti i giornalisti e i quotidiani che ogni giorno si occupano di carcere. In realtà sono pochi - tra questi Il Dubbio, Il Riformista e il Manifesto - e lo fanno con competenza perché sanno di essere un punto di riferimento. Eppure non riescono, e non per propria responsabilità, a segnare una strada che altri sentano la necessità impellente di dover seguire.

Mi sento dire che già la vita non è facile per chi non commette reati, perché occuparsi di chi è in prigione? Si sbatte il mostro in prima pagina senza dare conto delle archiviazioni, delle assoluzioni. Si parla di prescrizione come fosse un regalo all'imputato e non il diritto negato a essere giudicati in tempi umani. E siccome il carcere viene raccontato solo per mappare gli arresti, ci si accontenta di sapere che dentro finisce chi ha un debito con la comunità, chi deve pagare, scontare, essere privato della libertà - e in fondo anche di molto, molto altro - senza preoccuparsi mai di come viene impiegato il tempo che dovrebbe servire al reinserimento. Nemmeno so più in che termini parlarne, di carceri. Trovo un muro di gomma inconcepibile spesso anche tra gli interlocutori più attenti. Come se il solo parlarne potesse compromettere qualcosa, allontanare lettori, telespettatori, finanche amici in una conversazione informale.

Spesso la risposta che ottengo è: la vita non è facile per me che non ho commesso alcun reato, perché mi dovrei preoccupare di chi sta in carcere? E così mi accorgo che manca non tanto e non solo la cultura del diritto, ma la cultura dei diritti e cioè la consapevolezza, che dovrebbe essere un dato condiviso, che di diritti non si occupa solo chi non ha preoccupazioni proprie, chi ha una vita agiata e quindi può concedersi il lusso di pensare agli altri. La cultura dei diritti dovrebbe appartenere a tutti e da tutti essere condivisa, perché un diritto negato diventa automaticamente un privilegio per pochi o, peggio, una concessione; perché siano chiari, una volta per tutte, i ruoli: chi è incudine e chi martello.

La foto che ho deciso di mostrarvi questa settimana ritrae una donna che mostra a sua volta una foto, quella del figlio, Antonio Raddi, il ragazzo di 28 anni morto il 30 dicembre 2019 nel carcere delle Vallette a Torino, dopo aver perso 25 chili in pochi mesi. Antonio era tossicodipendente e aveva un'infezione polmonare che lo ha portato alla morte. Una morte che doveva essere evitata, una morte avvenuta mentre era affidato allo Stato che non ha saputo prendersi cura di lui. Ho voluto ricordare Antonio Raddi perché la famiglia si è opposta alla richiesta di archiviazione del Gip per quattro medici dell'istituto penitenziario indagati per omicidio colposo. E quindi la vicenda ha richiamato l'attenzione dei pochi che si occupano di queste vicende nell'indifferenza generale.

L'indifferenza del rimosso, il rimosso della piaga enorme della tossicodipendenza, il rimosso della sofferenza che questa porta con sé. Il rimosso del disagio e del nulla che lo Stato e la comunità fanno per fornire aiuto concreto.

Ho letto le parole che sul caso ha pronunciato la garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, la quale si è occupata a fondo di questa tristissima e inaccettabile vicenda. In un'intervista sul manifesto, Gallo afferma che Antonio Raddi è stato visitato in carcere "ma con sguardo assuefatto". Assuefatto perché tossicodipendente, assuefatto perché troppi detenuti e poco personale, assuefatto perché ormai sentiamo parlare continuamente di sofferenza tanto da non riuscire più a riconoscerla quando ci troviamo davanti quella vera, profonda e che non lascia scampo.

Quando Netflix ha trasmesso Sanpa ho creduto, ho sperato, mi sono augurato potesse aprirsi un dibattito sul disagio e il crimine legato alle tossicodipendenze. Macché! Se ne è parlato per quanto? Un paio di settimane, forse. Poi silenzio. Meglio dimenticare.

 

 

 

 

 

 

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