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Il giorno in cui la politica morì nel racconto di Filippo Facci PDF Stampa
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di Davide Varì

 

Il Dubbio, 6 dicembre 2021

 

La cronaca del voto di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi raccontata da Filippo Facci nel suo libro, "30 Aprile 1993, L'ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica", Marsilio Editore.

La Camera si avvia a votare con scrutinio segreto. Alcuni ministri del nuovo governo indossano ancora l'abito scuro della cerimonia per il giuramento. Il voto per le autorizzazioni a procedere è uno dei pochi voti rimasti segreti perché riguarda opinioni personali e non di partito, come è sempre stato anche per il voto sui provvedimenti disciplinari degli ordini professionali e nondimeno del Consiglio superiore della magistratura e dell'Ordine dei giornalisti. Il voto sempre palese era una peculiarità dei regimi fascisti e comunisti. "Dichiaro aperta la votazione", dice il presidente della Camera, Giorgio Napolitano.

Si vota per la prima autorizzazione, quella per corruzione a Milano. Passano cinque, sei, dieci secondi mentre l'aula si è fatta silenziosa. Napolitano prolunga l'attesa ancora un attimo, guarda verso i banchi democristiani con un piccolo binocolo. "Avete votato tutti?" "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 565, maggioranza 283, favorevoli 273, contrari 291 e un'astensione. La Camera respinge". Un brusio indistinto, come inceppato. "Questa è la maggioranza del Governo Ciampi!", urla Mauro Paissan. "Onorevole Paissan!", lo riprende Napolitano, "Dobbiamo proseguire le votazioni, ce ne sono altre quattro".

"Vergogna, vergogna!", urla a squarciagola il leghista Marco Formentini, "Ladri, ladri!", "Elezioni, elezioni!", fanno eco i suoi colleghi di partito assieme a quelli del Movimento sociale, mentre Stefano Apuzzo dei Verdi grida e si agita. Napolitano: "Lasciate proseguire le votazioni". La protesta è come sospesa, indecisa, mentre si passa alla votazione per le ipotesi di corruzione a Roma. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti e votanti 560, maggioranza 281, voti favorevoli 282, voti contrari 278. La Camera approva".

Gli stessi deputati di prima, leghisti e missini, questa volta applaudono. Napolitano: "Onorevoli colleghi, vi prego di astenervi da applausi in qualsiasi direzione. Non sono votazioni da commentare con gli applausi".

Si passa a votare l'ipotesi di corruzione "in luogo non accertato".

Napolitano: "Onorevoli colleghi del gruppo della Lega Nord, vi prego vivamente di votare ciascuno dal proprio posto. Invito tutti i colleghi a rimanere seduti. Se vi sono indicazioni circa la regolarità della votazione, prego i colleghi di farle segnalare dal presidente di gruppo". Il voto è una scheggia, Napolitano accelera per renderla indolore, ha capito l'aria che tira. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 562, votanti 561, astenuti 1, maggioranza 281, voti favorevoli 257, voti contrari 303. La Camera respinge".

Poi si vota l'ipotesi di violazione del finanziamento pubblico a Milano e a Roma. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 559, votanti 558, astenuti 1, maggioranza 280, voti favorevoli 314, voti contrari 244. La Camera approva". C'è disorientamento, non è chiaro che cosa stia succedendo, si accavallano votazioni contrastanti. Ma è tutto velocissimo.

Si vota l'ipotesi di ricettazione a Milano e connesse ipotesi di violazioni del finanziamento pubblico a Roma. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti 561, votanti 560, astenuti 1, maggioranza 281, voti favorevoli 253, voti contrari 307. La Camera respinge". Dai banchi del Movimento sociale si ricomincia a gridare mentre i leghisti scandiscono: "Elezioni, elezioni!". Napolitano: "Abbiamo inteso, onorevoli colleghi... Onorevoli colleghi!".

Ormai è il caos, il Parlamento si è caricato a molla. L'ultimo voto riguarda la possibilità di perquisire Craxi per le due ipotesi di reato per cui l'autorizzazione è stata concessa: quindi poter controllare registri, estratti conto, bilanci, contratti e così via. "Dichiaro chiusa la votazione. Presenti e votanti 561, maggioranza 281, voti favorevoli 245, voti contrari 316. La Camera respinge".

La seduta è terminata. Autorizzazione per quindici casi e mancata autorizzazione per ventisei: in pratica sono state concesse le autorizza zioni per le indagini a Roma e respinte quelle a Milano. Ed è un'esplosione. Mezzo emiciclo batte le mani sui banchi, un deputato leghista alza le braccia e fa il segno delle manette, missini e leghisti lanciano in aria dei foglietti di carta o dei volantini, non si capisce bene, "Ladri, ladri!", "Ladri di regime!", "Mafiosi!", Leoluca Orlando della Rete urla "Bravi, bravi!" e applaude in segno di scherno, il socialista Mario Raffaelli, solitamente mite, avanza verso di lui, "Elezioni, elezioni!", il socialista Giulio Di Donato raccoglie da terra un grosso fascicolo e lo scaglia verso le opposizioni, è il caos, volano oggetti, i socialisti Francesco Barbalace e Giacomo Maccheroni vengono trattenuti dai colleghi mentre cercano di scaraventarsi verso i deputati della Rete, urlano "come fate a chiamarci ladri? Ma voi chi siete, da dove venite? Da dove vengono i vostri voti?".

E ancora strepiti, ingiurie, pugni levati, scontri fisici, la situazione sembra incontrollabile e il presidente Napolitano ordina di sgomberare le tribune della stampa e del pubblico. I commessi della Camera corrono per sedare gli scontri, l'assenza dei neoministri dai loro banchi permette loro di muoversi meglio al centro dell'aula, così formano un cordone umano che divide in due l'emiciclo. E, mentre i parlamentari defluiscono e continuano a litigare animosamente nei corridoi, per terra si vedono dei volantini che evidentemente erano stati preparati, dunque preventivati, previsti.

Tempo due minuti e a Montecitorio è il silenzio. A telefonare a Craxi è il giornalista Nino Neri, suo amico e commensale: "Dimmelo di nuovo", replica incredulo l'ex segretario. Nino Neri, nella foga, sbaglia pure, e gli regala una mancata autorizzazione Francesco Saverio Borrelli, da casa, richiama la sala stampa del tribunale. È gelido come sa essere. La maggior parte dei giornali riporterà le sue parole così: "La decisione della Camera è sconcertante. Sembra studiata allo scopo di sottrarre il parlamentare a una prospettiva di condanna... La procura si riserva di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Si ritiene che il Parlamento abbia invaso la sfera di attribuzione del potere giudiziario". Prospettiva di condanna. Conflitto di attribuzione. Corte costituzionale. Non è molto chiaro, ma Cinzia Sasso della "Repubblica" riporta le parole del procuratore capo in maniera all'apparenza più completa: "Il Parlamento ha sovrapposto una propria valutazione giuridica a quella della magistratura artificiosamente scindendo le qualificazioni e in questo modo invadendo la competenza dell'autorità giudiziaria, giacché l'autorizzazione riguarda il procedimento in relazione a un fatto, ma non può sindacare la qualificazione giuridica che appartiene alla competenza esclusiva del pubblico ministero e del giudice nella fase di giudizio".

Così dovrebbe essere più chiaro. Forse. Con Goffredo Buccini del "Corriere", con il quale Borrelli ha un rapporto preferenziale, le parole del procuratore capo diventano queste: "Hanno concesso l'autorizzazione per tutti i fatti di finanziamento illecito, ovviamente nella prospettiva che presto o tardi il reato venga depenalizzato". Quindi?

 

 

 

 

 

 

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