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Da Aldo Moro a Papa Francesco, l'evidente assurdità del "fine pena mai" PDF Stampa
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di Angelo Picariello


Avvenire, 4 dicembre 2021

 

Presentato l'altro ieri alla Camera il volume "Contro gli ergastoli" curato da Anastasia, Corleone e Pugiotto. "L'ergastolo è costituzionale solo se non è ergastolo". È paradossale, ma è quanto sancito di recente dalla Consulta, in base al dettato costituzionale che sancisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

C'è un filo rosso che unisce l'insegnamento di Aldo Moro, Salvatore Senese e Aldo Masullo, fino a papa Francesco, che hanno parlato dell'intollerabilità, giuridica e umana insieme, del "fine pena mai". "Contro gli ergastoli" è il libro a cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Andrea Pugiotto (Futura edizioni) presentato ieri alla sala stampa della Camera.

"Le misure detentive senza fine - conferma il presidente emerito della Consulta Valerio Onida, autore della prefazione - possono definirsi costituzionali solo se esiste una possibilità di accesso alla libertà condizionata". Questo può avvenire dopo 26 anni di pena scontati, "ma - chiarisce Onida - il condannato deve essere messo a conoscenza di questa possibilità sin dall'inizio della pena detentiva".

Di "pena di morte nascosta", parla Corleone, e cose molto simili sosteneva Moro, nelle sue lezioni di Diritto penale alla Sapienza. C'è preoccupazione per il testo base in discussione alla Camera, che sembra voler aggirare le prescrizioni della Consulta, "occorre tornare alla responsabilità del magistrato di sorveglianza", chiede Corleone.

La Consulta, chiamata a vagliare la costituzionalità delle norme che escludono l'accesso alla liberazione condizionale all'ergastolano condannato per delitti di mafia, ha pronunciato l'ordinanza 97 del 2021 e ha rinviato il giudizio al 10 maggio 2022, dando al Parlamento un congruo termine per affrontare la materia. Il no all'ergastolo ostativo "non è un "liberi tutti" per la mafia", assicura la deputata Vincenza Bruno Bossio, del Pd.

"Ma nella proposta unificata in discussione non è stata tenuta in conto la mia", lamenta. C'è un asse securitario di destra e di giustizialismo di sinistra che sembra voler neutralizzare la spinta della Consulta. Tornano alla mente le parole di Turati e Calamandrei che definivano le carceri italiane "il cimitero dei vivi".

La normativa vigente per i soggetti condannati per alcuni reati di particolare gravità come, ad esempio, mafia e terrorismo prevede che l'accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative alla detenzione sia precluso detenuti non collaboranti. Per cui il condannato all'ergastolo per i reati in questione che decidesse di non collaborare sarà destinato a morire in carcere senza alcuna possibilità di risocializzazione.

Per Onida, "la Corte indica una strada diversa", rispetto all'obbligo di collaborazione, "vanno acquisiti elementi che indichino un effettivo distacco e che non ci sia rischio di ricaduta". Elementi oggettivi, senza che tocchi al detenuto l'onere di una "probatio diabolica", che a volte può anche non rispondere alla realtà dei fatti.

L'avvocato Emilia Rossi ricorda che dei 1.807 condannati all'ergastolo attualmente in carcere, il 70 per cento (1.267) è sottoposto a ergastolo ostativo, ossia senza via d'uscita. Si contano 111 decessi in carcere di ergastolani, in aperto contrasto con il dettato costituzionale e della Corte Europea dei diritti dell'uomo. E intanto invece di alleggerire il carico sugli istituti di pena, "con 17 proposte di modifica al codice penale si continua a legiferare come in balia di una bulimia panpenalistica", denuncia Ricardo Magi, di +Europa. Quanto alle richieste della Consulta sull'ergastolo, "si continua a ragionare come se la Corte si fosse sbagliata, andando in una direzione diversa".

 

 

 

 

 

 

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