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Roma. Amra, il medico di Rebibbia: "Mentre lei partoriva, io ero al telefono con l'ospedale" PDF Stampa
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di Andrea Ossino


La Repubblica, 29 novembre 2021

 

La replica di chi avrebbe dovuto aiutare la detenuta. La ragazza: "Falso: poteva mandare l'infermiere". Il dottore era al telefono con il 118. Per questo motivo, secondo la Asl Roma 2, Amra ha partorito da sola, dietro le sbarre del carcere di Rebibbia. Una versione che contrasta con quanto ha raccontato la ragazza alla commissione carceri della Camera Penale di Roma: "Secondo voi è credibile che un medico sia andato a chiamare l'ambulanza? Casomai mandava un'infermiera", domanda Amra.

Gli ispettori inviati dalla Guardasigilli Marta Cartabia stanno esaminando le ragioni che hanno spinto il Tribunale di Roma a lasciare in carcere la 23enne, arrestata dopo aver rubato l'ennesimo portafoglio, mentre era incinta. Ma c'è un'altra domanda: perché Amra ha partorito da sola? "Alle ore 01.32 circa il medico di guardia giunge nella Sezione Infermeria e si dirige immediatamente verso la cella della detenuta, ove l'infermiera sta assistendo la stessa, constatando condizioni generali discrete e la detenuta vigile e lucida", si legge in un documento inviato dall'azienda ospedaliera alla Regione Lazio dopo la richiesta di "chiarimenti sulla gestione delle donne detenute in stato di gravidanza".

È da poco trascorsa la mezzanotte del 31 agosto scorso. Amra ha un forte dolore e Marinella, la sua compagna di cella, chiama aiuto. Arriva un'infermiera: "Diceva di chiudere le gambe, ma Marinella mi ha detto di non farlo, il bambino poteva soffocare. Ho messo la mano sotto e ho sentito la testa, mi sono messa a letto ed è nata. Non piangeva. Aveva la placenta in faccia. L'ha levata lei con le mani e la bambina ha respirato. Poi è arrivato il dottore", dice Amra.

La storia narrata dalla Asl è un'altra: Il medico ha ritenuto che la ragazza dovesse partorire in ospedale. Quindi è andato "nella medicheria di sezione al fine di contattare il 118". E dopo soli 3 minuti da quando ha visto per la prima volta Amra, "alle ore 01,35 circa, terminata la telefonata con gli operatori di 118", è rientrato nella cella "costatando che il periodo espulsivo del parto si era concluso in presenza di due infermieri".

"Non è vero. Casomai mandava un'infermiera a telefonare", dice Amra. "Occorre fare chiarezza sui fatti. Al di là delle ragioni per le quali una persona si trova in carcere, a nessuno deve accadere ciò che è successo ad Amra. Il valore della vita umana ha preminenza su qualsiasi altra cosa. Mi auguro che questa vicenda contribuisca a dare maggiore tutela ai diritti delle detenute in stato di gravidanza", commenta il difensore di Amra, Valerio Vitale.

Al momento però il nido di Rebibbia è vuoto. Su input della Guardasigilli si lavora per fare uscire le madri con figli dal carcere offrendo situazioni alternative. Anche nel caso di Amra il garante dei detenuti del Lazio, Gabriella Stramaccioni, aveva trovato una comunità disposta ad accogliere la ragazza preservando le esigenze cautelari imposte dal giudice. Lo aveva scritto al magistrato. Nessuno ha risposto. E una bambina è nata in carcere.

 

 

 

 

 

 

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