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Nel carcere duro i boss mafiosi trovano rifugio nella cultura PDF Stampa
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di Attilio Bolzoni


Il Domani, 25 novembre 2021

 

C'è una mafia che non somiglia per niente alla mafia che abbiamo sempre conosciuto, rozza, ignorante, quella dei pizzini sgrammaticati e criptici di Bernardo Provenzano o quella greve di Totò Riina, uno che con compiacimento si presentava agli altri dicendo che era "un quinta elementare". Nei loro covi avevano sempre una Bibbia, in qualche cassetto i cacciatori di latitanti a volte trovavano anche una copia di Calvello il Bastardo o dei Beati Paoli di William Galt alias Luigi Natoli, per loro testi sacri, letteratura di mafia più che letteratura sulla mafia.

Di scritto, nient'altro. Ma i boss cresciuti all'ombra dei Corleonesi non hanno preso esempio dai Corleonesi stessi. Per colpa dei (brutti) tempi hanno trovato rifugio nella cultura, e rinchiusi da un quarto di secolo in celle che sono buchi si sono ritrovati soli in compagnia di Fëdor Dostoevskij e dei fratelli Karamazov, di Lev Tolstoj, Italo Svevo, Boris Pasternak, Luigi Pirandello, dei filosofi tedeschi, dei teologi protestanti, di Virgilio e Immanuel Kant.

Crediti universitari - È così, nei bracci speciali, è nata la generazione di mafia più colta di sempre. Avidi di sapere, i figli del 41 bis divorano tutto quello che c'è su carta, sono frequentatori assidui delle biblioteche dei penitenziari, pressano ogni giorno i loro avvocati per convincere pm e giudici di sorveglianza a concedere permessi premio e benefici allegando attestati e crediti universitari. L'ultimo a proporsi è stato il boss delle stragi Filippo Graviano, domandina presentata con incluso il diploma di laurea in economia e un certificato di frequentazione a un corso di finanza. Mentre fuori si legge sempre di meno, dentro si legge sempre di più. Gli uomini della vecchia Cupola studiano, si immergono nella storia e nei misteri della religione, una raffica di trenta e lode nelle discipline umanistiche.

La legge ha chiuso per sempre le porte delle celle ma ha spalancato quelle dell'istruzione. Molto significativa la vicenda di Giuseppe Grassonelli, raccolta dal collega Carmelo Sardo fra le pagine di Malerba, un bel libro sul boss agrigentino di Porto Empedocle. Trascinato per la prima volta sull'isola di Pianosa il 15 novembre del 1992, sotto il materasso della sua branda ha trovato una copia di Guerra e pace. Ha cominciato a leggerlo e non riusciva a capire le parole, è scoppiato a piangere per disperazione. Per salvarsi dall'inferno del fine pena mai ha iniziato a studiare. Dopo quindici anni di isolamento la tesi: i moti rivoluzionari napoletani del 1799 e le "insorgenze" nelle province del Regno. La prima laurea in lettere, fra poco Grassonelli avrà anche la seconda in filosofia. È la rivoluzione culturale della mafia siciliana.

Il pentito e la fisica quantistica - Un altro che quasi non sapeva mettere la sua firma è il famoso Gaspare Spatuzza, il mafioso palermitano che ha smascherato il falso pentito Vincenzo Scarantino e che con la sua confessione ha portato alla revisione del processo sulla strage di via D'Amelio. Oggi veste sempre di nero come i preti e nella sua libreria c'è Delitto e castigo, ci sono i volumi di filosofia di Giovanni Reale e Dario Antiseri, le dispense di Joe Dispensa sulla fisica quantistica. L'ultima volta che è stato avvistato fuori dal carcere era dalle parti di Misilmeri, un paese del palermitano dove insieme a un compare aveva fatto sparire un uomo nell'acido. Il suo complice raccontò ai magistrati ogni dettaglio dell'omicidio e di Spatuzza disse: "Subito dopo l'uccisione, Gaspare aveva fame e mi pregò di andare a comprare qualcosa, poi addentò un panino, con una mano mangiava e con l'altra arriminava", con una mano teneva stretto il suo sandwich e con l'altra mano rigirava un mestolo di legno nella vasca dove stava sciogliendo il cadavere. Un passato macabro.

A detta di tutti coloro i quali che conoscono i tormenti della sua prima vita, Gaspare è un'altra persona. Si è iscritto a lettere uno dei fratelli di Giovanni Brusca, Calogero. Si è iscritto ad agraria Antonio Tusa, che è il nipote del boss di Caltanissetta Piddu Madonia, si sono iscritti a medicina il mafioso di Niscemi Giancarlo Giugno e a giurisprudenza Carlo Marchese di Riesi. Nel carcere di Spoleto, dove stava scontando l'ergastolo per l'omicidio di un maresciallo, all'età di 72 anni si è laureato poco prima di morire anche Tommaso Spadaro, il "re della Kalsa" di Palermo. Era un ex contrabbandiere di sigarette, i boss lo avevano voluto nella famiglia di Porta Nuova per appropriarsi delle sue navi e dei suoi antichi contatti con la camorra.

Don Masino, ovvero Tommaso Buscetta, ha mancato la lode per un soffio: "solo" 110. La sua tesi: "La concezione dell'uomo nel pensiero di Gandhi". Ma cosa spinge i mafiosi, oltre alle restrizioni del 41 bis, a studiare forsennatamente? Gli esperti della materia ne sono convinti: ergastolo o non ergastolo, il popolo di Cosa Nostra è convinto che prima o poi tornerà libero. Qualche anno fa i giornali hanno dato con clamore la notizia di un trenta e lode conquistato dal corleonese Pietro Aglieri per il suo esame sulla storia del cristianesimo, a Rebibbia ha incassato anche i complimenti dei tre professori della commissione.

Niente di particolarmente impegnativo per il più filosofo dei mafiosi siciliani, stratega di quella dissociazione "dolce" (pentirsi senza accusare nessuno) promessa all'allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna. In preda a una crisi mistica da quando era in piena attività, viveva in una tana dove aveva fatto costruire un altare e da ricercato riceveva le visite di un frate dell'ordine dei carmelitani scalzi. Aglieri aveva fatto sapere che, se un giorno si fosse mai costituito, non si sarebbe consegnato alla polizia ma all'arcivescovo di Palermo Salvatore De Giorgi. Un tipo così cosa avrebbe mai potuto leggere in latitanza se non tutte le opere di Edith Stein, la monaca filosofa tedesca che morì ad Auschwitz nel 1942?

Un intellettuale mafioso ante litteram. Come quell'altro - se è vero ciò che gli viene attribuito - il famigerato Matteo Messina Denaro, l'imprendibile, protagonista di uno strepitoso scambio epistolare con l'ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, il proprietario di un cinema arrestato per traffico di stupefacenti. Agganciato dai servizi segreti, Vaccarino sotto lo pseudonimo "Svetonio" scriveva lettere a un misterioso "Alessio" che altro non era che Matteo. Dialoghi sull'esistenza, sull'etica, sulla politica.

Con il boss trapanese che confessava all'interlocutore, immedesimandosi nel personaggio inventato dallo scrittore Daniel Pennac, "di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto". Citava l'Eneide, ragionava su Toni Negri, giudicava Bettino Craxi "il miglior politico che ha avuto l'Italia". E, dal suo punto di vista non a sproposito, ricordava in ogni lettera le parole di Jorge Amado: "Non c'è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica". Una raffinatezza di pensiero che sbatte con la grossolanità di un Totò Riina, la primitività di un Leoluca Bagarella, il grottesco linguaggio di Provenzano nei suoi bigliettini agli amici: "Sendi, puoi dirci, ha tuo compare, che siamo entrati in primavera, e lui dovessi conoscere, la verdura nominata Cicoria, se potesse trovare, il punto dove la porta la terra questa cicoria, se potesse fare umpò di seme, quando è granata, e me la conserva?

Ti può dire che la vendono in bustine, non è questa allo stato naturale che conosciamo, io volessi questa natura, io volessi il Seme". Per questi messaggi ritrovati e la mania (o la necessità, per evitare pericolose intercettazioni telefoniche e ambientali) di imbrattare fogli, Provenzano si è persino attirato le malignità di Riina: "Il mio compaesano? Una brava persona, anche se è troppo scrittore". La cultura però non sempre cambia l'uomo.

Per esempio, Cesare Lupo, mafioso di Brancaccio e cognato dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, mentre era rinchiuso a Catanzaro si è laureato all'università della Magna Grecia con una tesi su "Le estorsioni". Voleva festeggiare il titolo di studio con lo champagne, il direttore del carcere gli ha concesso una Coca Cola. Lupo era un profondo conoscitore delle estorsioni tant'è che, appena scarcerato, è stato riarrestato dai poliziotti della squadra mobile di Palermo per lo stesso reato.

Luciano Liggio e Socrate - Trent'anni dopo le stragi ce li ritroviamo tutti "dottori" i boss della Cosa Nostra. Chissà, forse avranno preso a modello il vecchio Luciano Liggio, il primo dei detenuti mafiosi ad avere in cella qualche libro. Ascoltato negli anni '70 dalla Commissione parlamentare antimafia, Liggio si vantò del suo sapere: "Ho letto di tutto, storia, filosofia, pedagogia. I classici. Ho letto Charles Dickens e Benedetto Croce". E poi, facendo intendere che non avrebbe mai firmato una confessione, sussurrò sibillino: "Quello che ammiro di più però è Socrate, uno che come me non ha mai scritto niente".

 

 

 

 

 

 

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