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Certi "riformatori" sanno che la mafia non è vinta? PDF Stampa
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di Luca Tescaroli


Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2021

 

"Un diritto penale liberale non confisca proprietà, aziende a cittadini ancora innocenti o addirittura assolti" e "non può contenere nel suo ordinamento una norma che si chiama ergastolo ostativo". Espressioni che le cronache di questi giorni hanno attribuito a un autorevole commentatore nel corso di un convegno organizzato a Firenze da un partito politico.

Si tratta di prese di posizioni sempre più frequenti contro i cardini della regolamentazione antimafia, che si inseriscono nel solco di un progressivo processo di erosione degli strumenti introdotti nella nostra legislazione. Le misure di prevenzione patrimoniali - che la proposta di legge n. 3059, presentata il 26 aprile alla Camera dei deputati, di fatto vanificherebbe ove dovesse divenire legge - e la disciplina che impedisce ai mafiosi ergastolani che non collaborano con la giustizia di tornare in libertà, fruendo dei benefici della liberazione condizionale, delle misure alternative, dell'accesso al lavoro esterno e ai permessi premio, hanno consentito di ottenere gran parte dei successi ottenuti nell'azione di contrasto al crimine mafioso.

A fronte dei dubbi di incostituzionalità del vigente regime dell'ergastolo manifestati dalla Corte costituzionale, il Parlamento fatica a trovare una convergenza da parte di tutte le forze politiche per introdurre una nuova rigorosa regolamentazione. E tutto avviene nel silenzio, insieme alla convinzione di molti per cui, essendo stata la "Cosa Nostra corleonese" sconfitta, si possa fronteggiare il fenomeno della criminalità organizzata con una legislazione più blanda, che non necessiti più nemmeno del regime del "carcere duro" di cui all'art. 41-bis.

Perciò, credo sia utile ricordare la realtà criminale esistente nel nostro Paese, ove albergano plurime strutture mafiose estremamente pericolose, fra le quali, la 'ndrangheta che ha saputo colonizzare il Centro-Nord d'Italia. La mafia dei corleonesi è stata certamente ridimensionata, con le catture dei latitanti e le condanne degli esponenti più rappresentativi. I numerosi collaboratori di giustizia ne hanno minato la credibilità e intaccato il suo patrimonio più importante, vale a dire l'affidabilità verso l'esterno. Tuttavia, uno dei più autorevoli stragisti, il corleonese Matteo Messina Denaro, continua la propria latitanza, mostrando di disporre di una rete di protezione impenetrabile. Le collaborazioni all'interno della compagine corleonese si sono inaridite e i condannati accarezzano da qualche anno la possibilità di riottenere permessi e la libertà per riprendere il potere.

È la ferocia delle gesta dei corleonesi che ha rappresentato l'elemento di traino per giungere al varo della normativa che oggi si vorrebbe cancellare. Il germe della loro scellerata violenza prese le mosse nel 1977, con il progetto di uccisione di Giuseppe Di Cristina, il rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta, ed esplose nei primi anni 80 che videro l'eliminazione fisica o l'emarginazione dei propri rivali.

Una lunga scia di sangue con migliaia di vittime e l'abbattimento di numerosissimi esponenti delle istituzioni: il 20.08.'77 il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo; il 9.03.1979 il segretario regionale della Dc Michele Reina; il 21.07.'79 il dirigente della Squadra mobile Boris Giuliano; il 25.09.1979 il giudice Cesare Terranova e il maresciallo di polizia Lenin Mancuso; il 6.01.1980 il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella; il 3.05.1980 il capitano dei carabinieri Emanuele Basile; il 6.08.1980 il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il 30.04.1982 il segretario regionale Pci, Pio La Torre; il 3.09.1982 il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.

Solo dopo quest'ultima strage venne approvata la legge La Torre-Rognoni che introduceva le misure di prevenzione patrimoniali (che oggi si criticano), che hanno previsto la possibilità di sequestrare e confiscare i beni, anche solo sulla base di un giudizio di pericolosità sociale, senza che prima sia intervenuta una sentenza penale di condanna.

E per giungere alla normativa sull'ergastolo ostativo la mattanza corleonese dovette continuare per tutti gli anni 80 sino agli inizi degli anni 90, con le uccisioni, fra gli altri, dei giudici Alberto Giacomelli, Antonino Saetta (e del figlio disabile Stefano), Rosario Livatino e Giovanni Falcone, che concepì quella regolamentazione, introdotta nel 1991, poi affinata dopo la strage di Capaci nel 1992.

Perciò è fondamentale tenere presente i prezzi che sono stati pagati per non essere costretti a rivivere quel tragico passato. Nel quadro di disorientamento che il Paese oggi sta vivendo si esige un impegno quotidiano e serio da parte della magistratura per non dare il fianco a posizioni di attacco sempre più frequenti.

 

 

 

 

 

 

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