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Afghanistan, non cali il silenzio sulle donne PDF Stampa
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di Linda Laura Sabbadini


La Repubblica, 15 ottobre 2021

 

Non possono essere lasciate sole. È un dovere morale sostenerle nella conquista dei loro diritti. Sono passati due mesi dalla presa di Kabul da parte dei talebani. Era il 15 agosto. È passato un mese e mezzo dalla ritirata degli americani e degli altri Paesi occidentali.

Quella ritirata che ci ha fatto male al cuore, che ha lasciato soli e indifesi milioni di donne e anche di uomini. Quella ritirata frettolosa che ha fatto apparire di fronte al mondo così inaffidabili i proclami sull'universalità dei nostri valori di libertà e democrazia. Nel nome di quegli accordi di Doha, voluti da Donald Trump ed attuati, ahimè, da Joe Biden, nei quali non hanno trovato riconoscimento per gli afghani i diritti delle donne e i diritti umani.

Sono passati 38 giorni dalla formazione di un governo nelle cui fila sono numerosi i terroristi riconosciuti a livello internazionale. Un governo che già di per sé ha violato gli accordi di Doha, perché è costituito solo da maschi pashtun, senza tagiki, hazara, senza nessuna donna. Un governo che in un così breve lasso di tempo ha fugato qualsiasi promessa di moderazione. Una crisi umanitaria durissima in un Paese che ha vissuto 40 anni di conflitti, oltre disastri naturali, povertà cronica e mancanza di cibo. In tanti sono fuggiti in questi due mesi e negli anni precedenti. Due milioni e 200 mila risiedono come rifugiati in Pakistan e in Iran.

È precipitata subito e duramente la situazione delle donne afghane. Nel giro di 24 ore si sono svelate le bugie di chi voleva mostrarsi moderato. Nessun diritto per le donne. Le parole di moderazione dei talebani immediatamente smascherate. No scuola dopo i 12 anni e università. Accompagnate dal maschio di famiglia quando escono, coperte, no sport, no lavoro in molti casi. La condanna a diventare lo spettro di sé stesse. Invisibili. Un tracollo dei loro diritti.

Non può e non deve cadere il silenzio sulle donne afghane. Non possono essere lasciate sole. È un dovere morale sostenerle nella conquista dei loro diritti. Perché l'Occidente ha contribuito a lasciarle in questa situazione. Generazioni di uomini e donne hanno sperato nella libertà e l'hanno anche conosciuta, almeno nelle aree urbane, in questi 20 anni. Ora bisogna trovare le strade per rimediare ad un errore capitale. Le donne afghane sono ridotte a schiave.

Loro reagiscono quanto possono. Mettono a rischio la loro vita. Rischiano i matrimoni forzati con i cosiddetti combattenti se nubili o vedove, sono costrette a fidanzarsi per evitarli. Loro, ricordiamocelo, sono la speranza della democrazia, la speranza del loro Paese. È stata positiva la decisione del Consiglio dei diritti umani dell'Onu per la costituzione di uno Special Rapporteur per l'Afghanistan che monitori la situazione dei diritti umani, di pochi giorni fa, a Ginevra, speriamo fortemente supportato dalla struttura dell'Onu. Dobbiamo agire con forza e con continuità. Non c'è interesse strategico che tenga. Nessun riconoscimento ai talebani. Azione umanitaria, sì, ma sullo stesso piano di azioni forti e determinate per il ripristino dei diritti delle donne e dei diritti umani. Perché ce lo dobbiamo ricordare tutti. Compresi noi, semplici cittadini e cittadine di questo Paese. No al calo del silenzio quando sono negati i diritti. La libertà si difende sempre. Solo la difesa dei valori di libertà e progresso, dei diritti umani e delle donne renderà l'Occidente più forte e credibile.

*Direttora centrale Istat

 

 

 

 

 

 

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