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I nodi dell'edilizia penitenziaria PDF Stampa
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di Alessandro Domenico De Rossi *


Il Riformista, 14 ottobre 2021

 

Stessi membri, stessi problemi: a che servono quelle Commissioni se per il carcere non cambia mai nulla? Oltre al farraginoso dibattito sulla salute al tempo del Covid, altre urgenze da lungo tempo inutilmente bussano alla porta. Tra queste spicca, per assenza dal dibattito politico e nella recente campagna elettorale, l'annosa questione penitenziaria che comunque interessa il territorio, le città, la popolazione e - scusate se è poco - gli stessi diritti umani di chi è recluso e di chi nelle carceri a vario titolo lavora.

Non stiamo qui per rammentare l'urgenza di soluzioni e individuazione di responsabilità ricordando alla politica e all'amministrazione della giustizia quanto di recente avvenuto con le violenze nell'istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. Né siamo colti dalla frenetica curiosità di conoscere gli esiti, oltre alle generiche affermazioni e le buone intenzioni riguardanti la bonifica strutturale dei vecchi edifici, della corposa Commissione presieduta dall'architetto Luca Zevi, voluta a suo tempo dal ministro Alfonso Bonafede e poi confermata dalla guardasigilli Marta Cartabia.

In merito, il sottosegretario alla Giustizia Francesco Sisto, circa la costruzione e il miglioramento di padiglioni e spazi delle strutture penitenziarie per adulti e minori, ha riferito che il fondo complementare del Piano nazionale di ripresa e resilienza contemplerebbe ben 132,9 milioni di euro dal 2022 al 2026. "L'obiettivo della Commissione - ha spiegato poi Andrea Giorgis, altro sottosegretario alla Giustizia - è duplice: definire un modello di architettura penitenziaria coerente con l'idea di rieducazione, da un lato, ed elaborare interventi di manutenzione sulle strutture esistenti, dall'altro".

Idea encomiabile, seppure non particolarmente innovativa, quella della rieducazione, che per ora nulla aggiunge se non ulteriore retorica rispetto ai principi generali previsti nella Costituzione. Salvo piccole varianti, i componenti della Commissione Bonafede-Cartabia sono sempre uguali a coloro che parteciparono nel 2015 al Tavolo 1 presieduto dallo stesso architetto agli Stati generali dell'esecuzione penale nominata dall'allora ministro Andrea Orlando.

Viste le nomine, vale la pena domandarsi perché debbano riunirsi periodicamente queste Commissioni quando poi, nella realtà, nulla cambia nel sistema e segnatamente per quanto riguarda l'edilizia penitenziaria. Viene il sospetto che essendo sempre gli stessi i componenti che si occupano periodicamente delle medesime commissioni, avranno forse bisogno di riunirsi periodicamente non certo per ricordare a stessi quanto hanno deliberato e ragionato in precedenza, visto che nel tempo nulla è cambiato.

Altra ipotesi è quella che i componenti abbiano cambiato idea decidendo correttamente di aggiornarsi, visto che quanto elaborato in precedenza non rispondeva alle esigenze dello stato attuale delle carceri italiane. Preso atto dei risultati mancati, qualcuno sarà giunto alla convinzione che non tutto di quanto era stato prodotto nelle precedenti commissioni di studio era da mantenere e che fosse quindi necessario ripartire da zero. Al Ministero della Giustizia, in compenso, a fronte dei poco brillanti esiti non si è mai inteso modificare i forse troppo consolidati assetti metodologici con i relativi riferimenti e organismi, forse ancora troppo distanti da una ricerca in continua evoluzione proprio in questo settore.

Per esempio, la circostanza recentemente verificatasi riguardante la proposta del nuovo carcere di Nola, progetto pomposo e contestatissimo, sovradimensionato e ben lontano da una nuova concezione della carcerazione e dagli stessi principi costituzionali, risulterebbe essere stato concepito secondo una logica che si spera non sia la stessa adottata dalla nuova Commissione Bonafede-Cartabia.

In attesa di conoscere nel dettaglio gli esiti, nutriamo la speranza che la Commissione non sia caduta nella banale contraddizione di concepire i "nuovi modelli di architettura penitenziaria" avvalendosi degli stessi criteri e risorse culturali che portarono alla definizione del progetto per la città di Nola. Ma in tempi di una politica che alla velocità della luce si contraddice, non è da escludere che per la soluzione delle gravi criticità in questa materia e in assenza di un più vasto confronto con altre realtà, vengano riproposte le stesse linee-guida che a suo tempo furono a determinare i criticati progetti.

 

*Vicepresidente del Centro europeo di studi penitenziari (Cesp)

 

 

 

 

 

 

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