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Myanmar. Aung San Suu Kyi, il processo-sfida dei golpisti PDF Stampa
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di Paolo Lepri


Corriere della Sera, 3 ottobre 2021

 

La vincitrice premio Nobel per la Pace 1991 è comparsa in aula per la prima volta venerdì. Ma il mondo si disinteressa alla catastrofe nel Myanmar. Il Myanmar? Non pervenuto. Il mondo si sta disinteressando ad una catastrofe. Il colpo di stato di febbraio ha scatenato una spirale di repressione che è costata la vita a oltre mille persone.

Circa 8.000 sono state arrestate e un centinaio almeno sono morte in carcere. Il Covid ha colpito duro, portando al collasso il sistema sanitario. L'economia sta crollando, come dimostra il fatto che la valuta nazionale, il kyat, ha perso nelle ultime settimane il 60% del suo valore. Intanto il presidente ad interim del governo di unità nazionale che è stato costituito dall'opposizione in clandestinità, Duwa Lashi La, ha lanciato un appello per una "guerra difensiva" contro il regime e per "rovesciare la dittatura".

In questo scenario drammatico, il pugno di ferro del generale Min Haung Hlaing non poteva non colpire Aung San Suu Kyi, che si trova in stato di detenzione da quando i militari hanno preso il potere deponendo il suo governo "de facto" e mettendo fine alla sua leadership. Accusata di corruzione e di aver intascato tangenti, la vincitrice premio Nobel per la Pace 1991 (che ha 76 anni) è comparsa in aula per la prima volta venerdì nel processo organizzato contro di lei dal regime. Solo in questo procedimento rischia una condanna a 15 anni di reclusione. Le prospettive sono molto negative.

"È chiaro che la giunta ritiene Aung San Suu Kyi la più grave minaccia politica e vuole metterla dietro le sbarre il più rapidamente possibile e il più lungo possibile", ha detto a The GuardianPhil Robertson, vice direttore della divisione Asia di Human Right Watch. Il calcolo è senza scrupoli, a costo di affrontare un'ondata di solidarietà internazionale che peraltro sta tardando ad arrivare. Ma Min Haung Hliang sembra aver scelto la linea dura: l'unica promessa fatta, cioè convocare le elezioni entro dodici mesi dal colpo di stato, non sarà mantenuta. Ora più che mai è il momento di scrivere il nome Myanmar sulla lavagna delle priorità.

 

 

 

 

 

 

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