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L'ambasciatore Giffoni assolto dopo 7 anni: "La mia vita è distrutta" PDF Stampa
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di Francesco Battistini

 

Corriere della Sera, 28 settembre 2021

 

Accusato di traffici in Kosovo, fu cacciato e radiato. "È stato come essere condannati a morte...". Nell'aula bunker di Rebibbia, quando all'una e mezza i giudici dell'ottava sezione penale l'assolvono con formula strapiena, Giffoni scoppia a piangere.

Si strofina gli occhi e si scusa, perché da una vita il suo mestiere è quello di nascondere le emozioni e adesso non gli riesce: "Mi spiace, sono in pieno choc emotivo... Ma dovete capire: quel che m'hanno inflitto in questi sette anni e mezzo, per un ambasciatore equivale alla pena capitale. Sì, non lo dico io, lo dice una legge del 1953: la radiazione d'un diplomatico è equiparata alla fucilazione per alto tradimento in tempo di guerra... E loro m'hanno fucilato, senza alcun diritto di farlo. La mia vita è stata distrutta. Una prova durissima di resistenza fisica, morale e materiale. M'hanno espulso dal corpo diplomatico, ho avuto due infarti, un ictus, un tumore, il mio matrimonio è finito, m'è rimasto vicino solo mio figlio di 12 anni e son dovuto tornare in casa da mia mamma, a sopravvivere con la sua pensione... E questo perché? Per cose che non solo non avevo mai fatto, ma neanche mai pensato di fare. Era tutto infondato".

Assolto perché il fatto non sussiste: non si sognò mai di formare un'associazione a delinquere. Assolto perché il fatto non costituisce reato: men che meno, si mise mai in testa di favorire l'immigrazione clandestina. Nella mostruosa galleria dei Kafka italiani, ecco il caso della fucilazione senza processo inflitta sette anni e mezzo fa all'ormai ex ambasciatore Michael Giffoni, 56 anni, newyorkese di nascita e italianissimo per spirito di servizio, incarichi dalla Bosnia alla task force del "ministro" europeo Javier Solana, che nella storia sarà ricordato perché fu il primo ad aprire una nostra ambasciata a Pristina, subito dopo l'indipendenza del Kosovo.

E il primo, anzi l'unico, a essere cacciato con disonore: "Senza che nemmeno fosse cominciato il processo, il ministero degli Esteri mi tolse tutto: rango, incarichi, stipendio. Feci due volte ricorso al Tar, che per due volte mi reintegrò. Ma per due volte la Farnesina ribadì la mia destituzione: una a firma dell'allora ministra Federica Mogherini; la seconda, del segretario generale Elisabetta Belloni. Ero accusato di dolo e colpa grave, senza uno straccio di sentenza penale contro di me".

La sentenza ora è arrivata, "dopo 4 anni di processo, di tanta gente che t'abbandona, di soldi che non ci sono, d'un telefono che passa da cento chiamate al giorno a sette-otto all'anno". E ha appurato come l'ambasciatore Giffoni non c'entrasse proprio nulla con quel suo collaboratore locale - peraltro figlio di Ibrahim Rugova, il "Gandhi del Kosovo" - che fra il 2008 e il 2013 trafficava in visti e permessi di soggiorno. Chi l'ha conosciuto nei suoi 23 anni da diplomatico sul campo, uno che è stato a Sarajevo sotto le granate e ha visto gli orrori di Srebrenica, non ha mai dubitato un attimo di Giffoni.

Ma alla Farnesina si son fatti un altro film: "Non so se in Kosovo io abbia mai toccato interessi o suscettibilità. Non me la sento neanche di dare colpe. Credo che il mio caso sia stato più che altro un impazzimento. Un accanimento feroce e disumano. Di chi conosceva il mio profondo attaccamento al Paese e ai valori dell'Ue". E ora? "Non è finita, lo so. In uno stato di diritto la mia riabilitazione dovrebbe essere automatica: non in Italia. Per me, fare l'ambasciatore era una missione e questo è il peggio: m'hanno destituito non solo dal mio lavoro, ma dalla mia vita e dalla mia anima".

 

 

 

 

 

 

 

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